Melissa Albert – I nostri cuori imperfetti (Recensione)

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Melissa Albert - I nostri cuori imperfettiI nostri cuori imperfetti è un romanzo Young Adult, scritto da Melissa Albert e pubblicato, l’8 novembre 2022, da Rizzoli e tradotto da Bérénice Capatti. Attraverso due linee temporali, il passato e il presente si scontrano e si incontrano in questa storia di magia, che prova anche a raccontare il complicato rapporto tra una madre e sua figlia.

“Non sapevamo da dove venisse la magia né perché funzionasse. Non ci chiedevamo mai: “Sta a noi prenderla?”. Eravamo tre anatroccoli bagnati, verdi come foglie; credevamo con tutti i nostri cuori imperfetti che fossimo noi a scrivere la storia. Anche se la strada su cui camminavamo era stata costruita dal libro di una donna morta.”

La magia, anzi la stregoneria, scorre in questa famiglia insieme ai suoi segreti e a scelte decisamente sbagliate.

PERIFERIA. ADESSO.

L’estate di Ivy, diciassette anni, non è cominciata per niente come si era immaginata: prima l’incidente d’auto di ritorno dalla festa di fine anno; poi la punizione per essersi comportata in maniera irresponsabile salendo in auto con un ragazzo ubriaco; e soprattutto l’apparizione di una strana ragazza in mezzo alla strada nel cuore della notte. E questi saranno solo i primi di una serie di eventi che scombussoleranno la vita di Ivy. Con il trascorrere dei giorni si ritroverà sopraffatta da doni inquietanti, stralci di ricordi e un segreto che in realtà conosce da sempre: sua madre è molto, molto di più di quello che lascia apparire.

CITTÀ. ALLORA.

Dana è sempre stata una ragazzina percettiva. L’estate in cui compie sedici anni, con la complicità della sua migliore amica e di una misteriosa ragazza più grande, i suoi doni sbocciano e la catapultano in una dimensione sovrannaturale. A mano a mano che le loro aspirazioni si fanno sempre più oscure, le tre ragazze si ritrovano a correre veloci verso un violento punto di rottura.

Molti anni dopo, la storia di Ivy e Dana arriva al regolamento dei conti tra una madre e sua figlia, e le oscure forze che non avrebbero mai dovuto destare.

“C’era un luogo silenzioso al centro di me stessa. Una pozza di acqua nera, ghiacciata e luccicante. Era fatta con le domande che era più semplice non porre, con i misteri che non mi prendevo la briga di sondare. L’avevo lasciata addensarsi fin da quando mi era dato ricordare. Qualcosa si stava muovendo sotto il ghiaccio adesso. Si spostava, incrinando la superficie, facendola marcire.”

Recensione

E’ un romanzo fantasy e gotico per adolescenti, per usare termini giovanili e moderni è un “Young Adult”. Anche se di tanto in tanto mi piace leggere qualche libro per adolescenti, perché mi aiuta a non dimenticare la mia di adolescenza con i suoi travagli e le prime emozioni, devo ammettere che questo libro non fa per me.
Ringrazio la casa editrice per avermi dato l’opportunità di leggerlo e mi dispiace dover fare una recensione non positiva. Faccio però i complimenti per la copertina accattivante, la premessa per una bella storia c’era, ma è mancato tutto il resto. I personaggi sono poco approfonditi e le due linee temporali sono confuse, i capitoli, troppo brevi per questo tipo di progetto, ti rimbalzano da una parte all’altra troppo velocemente, in più per aumentare la confusione, a metà libro, si unisce al racconto anche la narrazione di un’altra protagonista.
Amo i libri che si spostano avanti e indietro nel tempo ed è un peccato perché qui c’era molto potenziale.
Mi ha annoiato molto la parte contemporanea con Ivy, dove praticamente non succede quasi nulla e il personaggio non brillava certo di simpatia, un po’ più interessante è la parte nel passato con Dana. L’inizio mi ha incuriosita, ma poi la storia si è trascinata senza enfasi fino alla fine, pretendeva di essere oscuro, ma di oscuro forse ci sono due paginette contate.
Mi chiedo perché non abbia nemmeno approfondito il rapporto madre/figlia e le dinamiche familiari. Ogni tema, come ad esempio quello dell’amicizia, è stato toccato superficialmente ed è passano senza lasciare traccia, anche la storia d’amore tra i ragazzi è stata insipida, senza battiti di cuore.

Sto spoilerando, ho iniziato ad avere brutti presentimenti su questa lettura quando, a pagina 36, durante una cena di famiglia la madre sputa dalla bocca una cosa dura e giallastra, che a Ivy ed a tuo fratello sembra un dente di coniglio ma lei ti dice che è il guscio di un gamberetto e scappa in bagno, e loro niente, continuano a cenare.

In rete si trovano anche recensioni positive, quindi ricordate che questa è solo la mia personale opinione e che per farsi la propria di opinione un libro bisogna leggerlo, siamo tutti diversi, con gusti diversi che variano anche nel tempo. Una cosa però la posso confermare è un libro per ragazze giovani e senza troppe pretese.

“Ci sono scene nella vita che rivedi come un film, seduto in una stanza buia dentro di te, e vorresti urlare: “Vattene, idiota, scappa!”. La persona nel film sembri tu, ha la tua voce. Come te, fa quello che non dovrebbe, e ogni volta non riesce a salvarsi. Con il tempo riesci quasi a convincerti che è una qualche anarchica estranea, perniciosa nella sua ignoranza.”

Incipit di I nostri cuori imperfetti

Melissa Albert - I nostri cuori imperfettiCapitolo uno
Periferia
Adesso

Stavamo andando troppo veloci. Troppo vicino agli alberi, con l’erba a bordo strada che sferzava i fari, e spariva rapida.
«Nate.» Mi strinsi al sedile del passeggero. «Nate.»
Diciotto minuti prima eravamo a una festa di fine anno, a saltare con le mani l’uno sulle spalle dell’altra, e per tutto il tempo pensavo: devo lasciarlo. Devo farlo ora. Devo lasciarlo adesso. Poi mi aveva preso il viso tra le mani e mi aveva detto che mi amava, e io ero stata colta troppo alla sprovvista per dirgli anche solo una mezza bugia.
L’avevo seguito fuori dalla casa, nel prato, a bordo della sua auto, continuando a blaterare tutte quelle cose inutili che si dicono quando hai ferito l’ego di qualcuno e quello crede che sia il suo cuore. Era partito in retro con troppo slancio, poi aveva urtato il cordolo del marciapiede mentre si scostava, e ci avevo messo un altro isolato a rendermi conto che era ubriaco.
A un semaforo aveva armeggiato con il telefono. Per qualche secondo di tensione avevo preso in considerazione l’eventualità di balzare giù dall’auto. Poi era ripartito, con una vecchia canzone dei Bright Eyes a tutto volume e il vento che la faceva a brandelli. La musica si sentiva a singhiozzo mentre svoltavamo in una strada stretta che serpeggiava attraverso la riserva forestale. Gli alberi si avvicinavano e i miei capelli sbatacchiavano, arruffandosi. Chiusi gli occhi.
Poi Nate gridò, non una parola ma una sillaba acuta e sorpresa, sterzando di colpo a destra.
Il momento che passò tra la deviazione e l’arresto della macchina fu privo di peso, come una discesa delle montagne russe. Fui proiettata avanti e picchiai forte la bocca contro il cruscotto.
Quando mi leccai i denti, sentii il sangue. «Che cavolo!»
Nate spense il motore, respirando forte, e allungò il collo per guardare al di là di me. «L’hai vista?»
«Visto cosa?»
Aprì la portiera. «Scendo.»
L’auto era di traverso sulla stretta striscia tra la strada e gli alberi. «Qui? Stai scherzando?»
«Stai pure lì, se vuoi» disse, e uscì sbattendo la portiera.
C’era un bicchiere di Taco Bell nello spazio tra i sedili, con due dita di ghiaccio sciolto. Me lo passai sui denti e allungai le gambe fuori dalla macchina, sputando sangue sull’erba. Sentivo il labbro dolente nell’aria limacciosa.
«Ehi!» gridai. «Dove vai?»
Nate si stava infilando tra gli alberi. «Credo che sia andata da questa parte.»
«Andata? Chi?»
«Come hai fatto a non vederla? Era ferma in mezzo alla strada.» Tacque un istante. «Completamente nuda.»
Trattenni il respiro, mentre pensavo alla concatenazione di eventi che ti portano a finire in mezzo ai boschi alle tre del mattino, femmina, nuda e sola. L’erba ruvida mi strisciava sui polpacci mentre avanzavo dietro di lui. «La conosci? Era ferita?»
«Sst» disse. «Guarda.»
Ci fermammo su un dosso che dominava il ruscello tra gli alberi, il quale poteva essere basso come una padella o profondo a sufficienza per andarci in kayak, a seconda delle piogge. In quel momento era più o meno a metà strada, arrivava alla vita, e scorreva agitato sotto la luna gibbosa. Sapevo che era quella la sua profondità perché la ragazza che avevamo seguito vi stava inginocchiata ed era immersa fino alle clavicole.
Era nuda, in effetti. I capelli con la scriminatura in mezzo e abbastanza lunghi perché le acque in movimento le spingessero indietro la testa. Non le vedevo il viso, ma tutto il resto era di un pallore quasi elettrico. Non aveva niente intorno a testimoniare che non fosse caduta sulla Terra da una stella o emersa dalla fenditura di una collina. Niente scarpe sulla sponda, niente cellulare su una maglietta appallottolata. Sembrava quasi una visione da sogno.
Muoveva le mani sulla propria pelle in una maniera assolutamente non sensuale, strizzandola, schiaffeggiandola, come se stesse cercando di riacquistare sensibilità. Emetteva suoni gutturali per cui non trovavo le parole. Era un pianto, immagino.

Capitolo cinque
Città
Allora

Non ho mai conosciuto davvero mia madre. Morì quando avevo due anni e papà non era il tipo da tenere sempre un cero acceso. Quando gli facevo qualche domanda, mi spediva a frugare nel cassetto della cucina dove teneva un mucchio di vecchie foto e una ciocca di capelli rossi legata con un elastico.
Quindi. Una madre può essere una fotografia.
La mia migliore amica perse sua madre anche prima. Fee venne al mondo e la donna che l’aveva portata in grembo uscì di scena. La morte la trasfigurò in una martire dagli occhi scuri, facendo del loro appartamento il reliquiario in cui il padre custodiva le sue tracce.
Una madre può anche essere una santa. Un fantasma. Una sagoma benedetta che appare nel luogo in cui è scomparsa.
Certe volte è un’estranea su una panchina in un parco, che dà da mangiare al suo bambino con le dita, e l’aria tra di loro è così tenera che si potrebbe lavorarla come la pasta del pane. Oppure una donna in treno, con la Coca-Cola nel bicchiere con il beccuccio, che strattona il braccio del bambino fino a farlo piangere. Mi è sempre piaciuto guardare le madri cattive.
Una madre può essere un coltello da cucina, uno scalpello. Può modellare e distruggere. Non ho mai pensato davvero che lo sarei diventata.
Ci sono cose che una figlia dovrebbe sapere della donna che la cresce. Se quella donna avesse il coraggio. Se potesse parlare.
Diciamo che te ne stai a letto di notte a ripassare quello che le diresti, se potessi. Questa tua figlia, così irraggiungibile eppure dall’altra parte del corridoio. Così immersa nel disastro, che cosa potresti dire ancora?
Da dove inizieresti?
Quando avevo cinque anni mio padre perse le chiavi nel buio tra il bar e il nostro appartamento. Io me ne stavo in braccio sul suo fianco, mentre il suo respiro formava nuvole birrose nell’aria ghiacciata. Avevamo camminato quasi un chilometro nel freddo che soffiava dal lago, lui con il giaccone slacciato perché aveva caldo, io a tremare nella mia giacca a vento con i personaggi dei cartoni, troppo leggera, perché mio padre non ricordava mai che i bambini crescono. Era sempre fine novembre quando mi prendeva un giaccone invernale della mia misura.
Il buonumore di papà si ribaltò come una carta quando arrivammo alla porta d’ingresso e non poté aprirla. Mentre tempestava il campanello del custode io mi divincolai dalle sue braccia e mi misi a camminare. Tornando verso la Green Man Tavern a metà strada deviai nell’erba nera, e raccolsi le sue chiavi dalla buca in cui erano cadute.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

                 

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