Clive Cussler – Il Gangster

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Il Gangster è un romanzo d’avventura scritto da Clive Cussler insieme a Justin Scott , pubblicato in Italia il 17 febbraio 2022, da Longanesi, tradotto da Annamaria Raffo. E’ il nono volume della serie con protagonista l’investigatore privato Isaac Bell, che lavora per la Van Dorn Detective Agency e viene assunto per proteggere i clienti dal gruppo criminale Mano Nera.

«Sei stata molto coraggiosa a tenere gli occhi chiusi, signorina. Adesso puoi riaprirli.» Maria sentiva battere forte il cuore dell’uomo, come se avesse corso o fosse spaventato come lei. «Adesso puoi riaprirli» ripeté lui. «È tutto a posto.»
Erano sul tetto dell’edificio. Lui le stava pulendo la faccia con un fazzoletto, e i piccioni si libravano verso un cielo che non sarebbe mai stato azzurro quanto gli occhi di quell’uomo.
«Chi siete?»
«Isaac Bell. Agenzia investigativa Van Dorn.»

La trama di «Il Gangster»

È il 1906 e a New York le strade brulicano di uomini di malaffare, pronti a ricorrere alle maniere forti per risolvere il più piccolo dei problemi. Molti di loro si sono riuniti in un’organizzazione criminale che si fa chiamare Mano Nera e che detta legge a suon di rapimenti, estorsioni, incendi. E di omicidi ogni volta più feroci ai danni di persone in vista, politici e ricchi imprenditori. Per contrastare questo gruppo di spietati gangster a cui piace ricorrere a vecchi trucchi aggiungendo dinamite, una coalizione di vittime della Mano Nera ingaggia l’agenzia Van Dorn per proteggere i propri affari, la reputazione e non ultime le famiglie. Ovviamente, nella «squadra Mano Nera» non poteva mancare Isaac Bell, giovane investigatore che si sta facendo una discreta fama grazie al suo grande intuito. A conferma di ciò, setacciando la città alla ricerca di indizi Bell riconosce un volto famigliare… Mentre gli obiettivi della Mano Nera si fanno sempre più ambiziosi e la posta in gioco sempre più alta, Bell deve scavare nel passato, capire chi è il tessitore di quella rete di intrighi e assicurarlo alla giustizia prima che sia troppo tardi.

“Isaac Bell portò la lettera della Mano Nera nell’ufficio privato di Joseph Van Dorn. Era una sala d’angolo con una scrivania di palissandro in stile liberty e comode poltrone di cuoio, da cui si vedevano i marciapiedi che conducevano agli ingressi dell’hotel, e uno spioncino per osservare i visitatori nella sala della reception.
Van Dorn era un irlandese sulla quarantina, stempiato, con un torace prominente e una pancia ancor più prominente, folti baffi rossi e il fascino rude e amabile di un uomo d’affari che si è affermato presto nella vita. Estremamente ambizioso, possedeva la capacità – rara, secondo l’esperienza di Bell – di godere della propria fortuna. Aveva anche il dono di sapersi fare degli amici, e questo andava a grande vantaggio della sua agenzia investigativa. I modi cordiali nascondevano una mente rapida e scattante e una prodigiosa memoria per i volti e le abitudini dei criminali, la cui esistenza era per lui un affronto personale.”

Le recensioni

La maggior parte dei fan dell’autore sembrano aver apprezzato questa nuova avventura del detective Isaac Bell, parlano di una buona struttura, soprattutto nel modo in cui ha rappresentato il mondo dei ricchi e dei poveri newyorkesi dell’inizio del XX secolo, i lavoratori immigrati sfruttati, le bande e le sue vittime,  gli assassini e i guardiani della legge. Per alcuni invece è stato deludente, forse perché ha cercato di fare troppo.

Incipit di “Il Gangster”

PROLOGO
UN OMICIDIO E UNA BRAVATA

New Haven, 1895

Sprofondato in uno scavo fino al petto, il manovale italiano alzò lo sguardo nel sentire rumore di passi a poca distanza dalla sua faccia: scarpe fatte a mano e pantaloni di tessuto fine. Ricchi studenti americani raccoglievano manciate di terra dal cumulo e le esaminavano facendo scivolare il terreno rosso e sabbioso tra le dita.
«Rimettiti al lavoro, schiena dritta!» gli urlò il caposquadra irlandese comodamente seduto sotto un ombrello, agitando un pugno nella sua direzione.
Gli studenti neanche se ne accorsero. Liberi dalla lezione di geologia per quell’estemporanea ricerca sul campo, stavano studiando il terriccio appena scavato alla ricerca di tracce di roccia del triassico che i ghiacciai avevano eroso dalle montagne sopra la valle di New Haven. Erano felici di trovarsi all’aperto in quella prima tiepida giornata di primavera, e gli italiani che scavavano buche nel terreno erano uno spettacolo consueto quanto i capisquadra irlandesi con le loro facce rubizze e i cappelli a bombetta. Il «padrone» italiano, l’appaltatore di manodopera a cui gli immigrati pagavano una forte commissione per ogni giornata di lavoro, invece, se ne accorse eccome. Era un napoletano che vestiva con eleganza, sempre profumato, sempre attento al profitto. Fece un cenno al manovale che aveva interrotto il lavoro per osservare a bocca aperta quei ragazzi più fortunati di lui, un giovane siciliano che si faceva chiamare Antonio Branco.
Con un volteggio Antonio Branco uscì senza sforzo dalla buca. I suoi vestiti puzzavano di sudore e quasi nulla lo distingueva dagli altri che sgobbavano nel fossato. Un contadino come tanti, con una coppola sudicia, lineamenti un po’ più delicati rispetto agli altri, più alto e con le spalle più larghe. Ma c’era qualcosa in lui che non quadrava. Era troppo sicuro di sé, concluse il padrone.
«Mi fai fare brutta figura con il caposquadra.»
«Che v’importa di un irlandese?»
«Mi metto in tasca metà della tua paga. Torna al lavoro.»
L’espressione di Branco si fece astiosa, ma quando se ne tornò nella buca e riprese in mano la pala, il padrone capì di averlo inquadrato correttamente. In Italia, i carabinieri usavano il pugno di ferro con i criminali. Un fuggiasco che aveva trovato una vita libera e agevole in America non poteva protestare se lo depredavano di metà paga.

Le cinque matricole chiusero la porta, escludendo il frastuono dei pianoforti e dei banjo, le urla sfrenate e i colpi provenienti dalle altre sale della Vanderbilt Hall. Si raccolsero intorno a un loro compagno alto e magro come un chiodo, e ascoltarono rapiti il suo piano per andare a far visita alle ragazze della scuola di Miss Porter a Farmington, a una quarantina di miglia di distanza. Quella sera.
Sapevano poco di lui. Veniva da Boston, da una famiglia di banchieri che avevano studiato tutti a Harvard. Il fatto che si fosse iscritto giù a Yale tradiva una vena di ribellione. Aveva un sorriso pronto e uno sguardo fermo. Sembrava aver pensato a tutto… una cartina, un cronometro ferroviario Waltham, con uno scostamento massimo di trenta secondi al giorno, un orario speciale per i dipendenti delle ferrovie su cui erano indicati gli orari e le tratte di ogni convoglio della linea, sia passeggeri che merci.
«E se le ragazze non volessero vederci?» chiese Jack, l’eterno san Tommaso.
«Come potrebbero resistere a degli studenti di Yale su un treno speciale?» ribatté Andy.
«Un treno speciale rubato» disse Ron.
«Un treno speciale preso a prestito» puntualizzò Larry. «Non è che ce lo terremo. E poi, non si tratta di un treno completo, ma solo di una locomotiva.»
Doug diede voce alla domanda che tutti si ponevano. «Sei sicuro di sapere come si guida una locomotiva, Isaac?»
«C’è solo un modo per scoprirlo!»
Isaac Bell infilò cartina, cronografo e orario in una sacchetta che conteneva alcune paia di guanti pesanti, una lanterna da ferroviere e un grosso volume, Locomotive Catechism di Grimshaw. Doug, Ron, Andy, Jack e Larry si affrettarono a seguirlo quando uscì dalla porta.

La Little Italy di New Haven era sorta vicino allo scalo ferroviario. I fischi delle locomotive e i campanelli delle motrici suonavano la loro serenata notturna, e il fumo di carbone mitigava il fetore che la fabbrica di gomma spargeva sul quartiere.
Il «padrone» uscì dal suo ristorante preferito. A pancia piena e con la testa annebbiata dal vino, si fermò un istante per pulirsi i denti con uno stuzzicadenti d’oro. Quindi riprese a camminare lentamente lungo Wooster Street, diretto verso casa, rispondendo con uno sprezzante cenno del capo ai saluti deferenti della gente – Buona sera, padrone –. Era quasi arrivato alla pensione in cui alloggiava quando vide Antonio Branco all’ombra di un lampione spento. Il siciliano stava facendo la punta a una matita con un coltello da tasca.
«Cosa se ne fa di una matita un contadino che non sa leggere?» disse il padrone ridendo.
«Imparo.»
«Stupidaggini!»
Gli occhi di Branco guardarono rapidi a destra e a sinistra. C’era un poliziotto. Per dargli il tempo di passare, estrasse un giornale americano da sotto la giacca e lesse il titolo a voce alta: «Incidente alla condotta idrica. Muore un caposquadra».
«Leggi le parole scritte in piccolo» disse il padrone con un ghigno malevolo.
Branco seguì le righe con la matita. Finse di avere difficoltà con le parole più lunghe e saltò del tutto quelle più corte. «Caposquadra Jake… Stratton… ferito morte quando… crollato tunnel di Bridgeport. Lascia moglie Katherine e i figli Paul e Abigail. Sono morti anche quattro italiani.»
Il poliziotto scomparve dietro l’angolo. Adesso c’era meno gente in giro e i pochi rimasti avevano fretta di tornare a casa, e avrebbero badato ai propri affari. Branco conficcò la matita nella guancia del padrone.
L’uomo si portò entrambe le mani alla faccia, esponendo il costato.
Branco lo colpì. Il coltello da tasca aveva una lama corta, di parecchio inferiore ai quattro pollici consentiti per legge. Ma il manico su cui era incernierata era sottile quasi quanto la lama. Mentre l’acciaio scivolava tra le ossa, Branco spostò il palmo della mano dietro il coltello e premette con forza. Il manico sottile fece penetrare la lama dentro la ferita, spingendo l’arma aguzza come un punteruolo fin dentro il cuore dell’uomo.
Branco prese il portamonete del padrone, gli anelli e lo stuzzicadenti d’oro e corse ai treni.

La locomotiva 106 sbuffava e sospirava come un mastino addormentato. Era una American Standard 4-4-0 con quattro ruote portanti anteriori e quattro alte ruote motrici che arrivavano all’altezza della spalla di Isaac Bell. Si stagliava contro il cielo denso di fumo illuminato dalle luci della città e incombeva, enorme, sopra il terrapieno di ghiaia su cui si erano radunati gli universitari.
Era tutta la settimana che Bell la osservava, notte dopo notte. Ogni notte si avvicinava, lenta e rumorosa, al serbatoio di carbone e a quello dell’acqua per rifornire il tender. Quindi gli operai della ferrovia toglievano la cenere dal focolaio e coprivano il fuoco perché fosse pronto a fornire vapore la mattina dopo, quindi la parcheggiavano su un binario di raccordo all’estremità nord dello scalo. Quella sera, come al solito, la 106 era puntata nella direzione giusta, verso nord e la Canal Line che correva dritta fino a Farmington.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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