Una mimosa per Artemisia Gentileschi

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Autoritratto come allegoria della Pittura , 1638-39, Royal Collection, WindsorArtemisia Lomi Gentileschi è stata una pittrice italiana di scuola caravaggesca, una figura di donna impegnata a perseguire la propria indipendenza e la propria affermazione artistica contro le molteplici difficoltà e pregiudizi incontrati nella sua vita travagliata.

Nacque a Roma l’8 luglio 1593, primogenita del pittore toscano Orazio Gentileschi e di Prudenzia Montone, che morì prematuramente. Suo padre aveva assunto a Roma il cognome “Gentileschi” anziché Lomi, per distinguersi dal fratellastro Aurelio, pure attivo pittore. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando, rispetto ad essi, maggior talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti.

Artemisia crebbe in un quartiere popolato da pittori e artigiani e il suo ambiente naturale era legato all’arte, ma a quei tempi alle donne veniva negato l’accesso alla sfera del lavoro e la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlopiù “clandestinamente”.

Susanna e i vecchioni, 1610, collezione Schönborn, PommersfeldenLa prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia è la Susanna e i vecchioni (1610), un quadro dal significato moralista, dove è rappresentata la vicenda narrata dall’Antico Testamento nel Libro di Daniele: la casta Susanna, sorpresa furtivamente al bagno da due perversi anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a ricatto sessuale, o acconsentirà di sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l’umiliazione di una ingiusta accusa, sarà l’intervento del profeta Daniele a smascherare i due anziani che subiranno la lapidazione.
Il dipinto fu molto apprezzato anche per la capacità di rappresentare una storia tanto complessa attraverso un’unica scena, viste le vicissitudini successive si sospetta che il quadro sia un’ auto-rappresentazione della propria condizione di giovane donna quotidianamente insidiata da uomini che frequentavano la sua casa, è stata avanzata l’ipotesi che l’uomo con i capelli scuri (troppo giovane per essere chiamato “vecchione”) si possa identificare con Agostino Tassi, un pittore di paesaggi e di vedute marine, col quale il padre Orazio lavora ed al quale affida la figlia per insegnarle come costruire la prospettiva in pittura, che nel maggio 1611, la stuprò, promettendo che l’avrebbe sposata, all’epoca non essere vergine senza essere sposata corrispondeva ad una condanna sociale.

Dopo un anno dallo stupro il Padre Orazio denunciò il Tassi per stupro, scrisse una supplica al papa Paolo V per istituire il processo contro il violentatore. Si ipotizza che fece passare tutto quel tempo per portare al termine il lavoro che stava svolgendo insieme a Tassi, oppure aspettò che il Tassi si decidesse a sposare la figlia.
Del processo che ne seguì è rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale.
Il processo iniziò a marzo e si protrasse fino ad ottobre 1612, durante il processo Artemisia sostenne che Agostino l’aveva violentata una prima volta, salvo poi prometterle che le avrebbe salvato l’onore sposandola, non sapendo che fosse sposato: “e con questa promessa mi ha indotto a consentir dopo amorevolmente più volte alle sue voglie”.

Dopo un esame ginecologico fatto da due levatrici, che dovevano verificare che avesse effettivamente perso la verginità, Artemisia dovette dimostrare di essere sempre stata una donna onesta e cita due testimoni a favore della sua buona fama, poiché la parte avversa la ritrae come una ragazza facile, che usava affacciarsi alla finestra per adescare i giovani, per smontare questa tesi ad Artemisia viene chiesto di confermare la propria versione sotto tortura, il tormento “dei sibilli”, venivano legati i polsi per evitare il divincolamento e poste delle cordicelle tra le dita delle mani e si stringeva fino a stritolare le falangi, ad ogni nuovo giro di vite, le dita si gonfiavano e il sangue non circolava più, causando spesso delle invalidità permanenti, doppiamente pericoloso per una pittrice. Tale supplizio veniva spesso applicato per purificare tramite il dolore quanto subito, infatti negli atti del processo viene proprio indicata come “tortura disposta per emendare la colpa”.

Conversione della MaddalenaUna lettura del processo basata sul concetto di stuprum, inteso come la normativa del Seicento lo intendeva, come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta.
La testimonianza di Artemisia al processo, secondo le cronache dell’epoca:
“Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne”.

Il 27 novembre 1612 Agostino Tassi venne condannato per la deflorazione di Artemisia Gentileschi, la corruzione dei testimoni e la diffamazione di Orazio Gentileschi. Il giudice Gerolamo Felice gli impose di scegliere tra cinque anni di lavori forzati e l’esilio da Roma. Il giorno seguente Tassi prese la propria decisione e scelse l’esilio.
Dopo la sentenza e lo scandalo suscitato dal processo, Orazio Gentileschi organizzò un matrimonio riparatore per la figlia, in modo che recuperasse la dignità perduta con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, Artemisia acconsente a sposarsi due giorni dopo la sentenza del processo, ma in seguito interrompe ogni rapporto con il genitore, si trasferisce a Firenze e sceglie di adottare il cognome della madre, Lomi, per firmare le proprie opere.

E’ incredibile pensare che questa legge venne applicata fin oltre l’800 e fino al 1981 il reato di violenza carnale veniva considerato estinto se seguito dal matrimonio con lo stupratore, dobbiamo aspettare la legge del 1996 per considerare il reato di violenza sessuale tra i delitti contro la persona, invece che contro la morale.

Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613), Museo Nazionale di Capodimonte, NapoliL’opera che è stata dipinta immediatamente a ridosso del processo per stupro, fra il 1612 e il 1613, è Giuditta che decapita Oloferne, alcuni storici dell’arte vedono nella scena di terribile violenza il desiderio di rivalsa rispetto allo stupro subito nella rappresentazione dell’eroina biblica, Giuditta, che liberò la città di Betulia assediata dagli Assiri. Con la sua bellezza invaghì di sé Oloferne, loro generale, il quale la trattenne con sé al banchetto e dopo averlo ubriacato Giuditta gli tagliò la testa con la sua stessa spada e poi ritornò nella città. Gli Assiri trovato morto il loro condottiero, presi dal panico, furono messi in fuga dai Giudei.

A Firenze la coppia ebbe quattro figli e Artemisia conobbe un lusinghiero successo. Nel 1616 venne accettata nell’Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a godere di tale privilegio.
Artemisia fu in buoni rapporti con Galileo Galilei, con il quale rimase in contatto epistolare anche in seguito al suo periodo fiorentino.
Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si può ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all’assillo dei debiti e alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzò in maniera definitiva nel 1621.
Tra il 1627 e il 1630 si stabilì, forse alla ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da letterati della città lagunare che ne celebrarono le qualità di pittrice.
Nel 1630 Artemisia si recò a Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella città fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, nuove e più ricche possibilità di lavoro.
L’esordio artistico di Artemisia a Napoli è rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo di Capodimonte.
Sappiamo che nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia aveva già lasciato l’Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. È un fatto che nel 1649 fosse nuovamente a Napoli, in corrispondenza con il collezionista don Antonio Ruffo di Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo secondo periodo napoletano. L’ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo è del 1650 e testimonia come l’artista fosse ancora in piena attività. Artemisia morì nel 1653.
Ciò che rimane della sua vita e della sua esperienza artistica sono 34 dipinti e 28 lettere.
Il tempo ha designato il suo responso e per la storia Agostino Tassi è rimasto un mediocre e quasi dimenticato pittore, lei è la grande artista che oggi ammiriamo.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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