
Gaza. Restiamo umani di Vittorio Arrigoni è un libro che lascia un segno difficile da cancellare, non è solo un reportage, ma una testimonianza vissuta sulla pelle, scritta mentre tutto accadeva, nel pieno dell’operazione militare israeliana su Gaza tra il 2008 e il 2009, nota come Operazione Piombo Fuso. Arrigoni sceglie di restare dentro la Striscia di Gaza, tra le persone, tra le macerie, tra i giorni che si sbriciolano sotto il rumore delle bombe.
“Continueremo a fare delle nostre vite poesie, fino a quando libertà non verrà declamata sopra le catene spezzate di tutti i popoli oppressi.”
Attraverso il blog “Guerrilla Radio” e i suoi articoli per “Il Manifesto”, diventa una voce riconoscibile e necessaria, per chi in Italia cercava un racconto che non fosse filtrato, sterilizzato, addomesticato. Lui non ha raccontato “da fuori”, lui era dentro Gaza, con la popolazione civile. Il suo sguardo era quello di un attivista dell’International Solidarity Movement, ma anche di un cronista che ha registrato giorno per giorno ciò che vedeva: bombardamenti, ospedali al collasso, famiglie spezzate.
“È rimasta coinvolta nelle esplosioni anche la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni e i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.
…
Ho una videocamera con me ma ho scoperto oggi di essere un pessimo cameraman, non riesco a riprendere i corpi maciullati e i volti in lacrime. Non ce la faccio. Non riesco perché piango anche io.”
Il linguaggio è diretto, emotivo, spesso crudo, ma mai gratuito, ogni pagina restituisce la sensazione di urgenza, perché è scritta sotto le bombe. Il cuore del libro sta tutto nel titolo “Restiamo umani”, Arrigoni insiste continuamente su questo imperativo morale, un grido di resistenza contro la disumanizzazione, prova a salvare ciò che la guerra cancella per prima, la dignità, e allora restituisce nomi, storie, volti, riporta le persone al loro essere persone, non numeri.
“Vi confido che il mio «restiamo umani» ha vacillato spesso in questi ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l’orgoglio, l’attaccamento alla terra natia intesa come identità e diritto alla autodeterminazione della popolazione di Gaza, dai professori universitari alla gente incontrata per strada, i medici e gli infermieri, i reporter, i pescatori, gli agricoltori, uomini e donne e adolescenti, quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano già più nulla da perdere …”
In questo libro non troverete un’analisi geopolitica equilibrata nel senso accademico, ma una narrazione schierata, apertamente solidale con la popolazione palestinese, ed è proprio questa scelta, così netta, a renderlo potente, non cerca l’equidistanza, cerca la verità di ciò che vede.
Nonostante l’orrore quotidiano di cui è testimone, e nonostante la sua profonda amicizia per il popolo palestinese, Vittorio rimane lucidamente contrario all’uso della violenza.
“Come pacifista e non violento aborro qualsiasi attacco di palestinesi contro israeliani, ma qui siamo arcistufi di ascoltare la cantilena secondo la quale questa strage di civili sarebbe la risposta d’Israele ai lanci dei modesti “razzi” palestinesi. Per inciso, dal 2002 a oggi [1° gennaio 2009] i Qassam hanno prodotto 18 morti in Israele, qui sabato [27 dicembre 2008] in una manciata di ore di civili morti negli ospedali ne abbiamo contati più di 250”
La struttura diaristica amplifica tutto, sono cronache quotidiane, non c’è filtro, solo giorni che si accumulano e diventano peso, la lettura emotivamente intensa è a tratti difficile da sostenere, ed è giusto così.
Vittorio Arrigoni non ci chiede di schierarci politicamente, ma di riscoprire la nostra umanità, di non chiudere gli occhi davanti all’ingiustizia, di non anestetizzarsi. Queste pagine risalgono al 2008 e noi gli occhi li abbiamo chiusi prima di questa data e dopo questa data e ciechi siamo arrivati ad oggi, un oggi pieno di testimonianze, pieno immagini e pure continuiamo a fare finta di non vedere, anzi di non sentire, non sentire il nostro cuore che non riesce ad affrontare il dolore e lascia che tutto resti lontano dal nostro piccolo orticello, almeno fin quando le bombe non cadranno nel nostro giardino.
Gaza. Restiamo umani è un libro che non cerca consenso, ma di scuotere, ti costringe a restare, a non voltarti, a fare i conti con quello che provi o con quello che non provi più. È una lettura necessaria per chi vuole comprendere il lato umano di un conflitto spesso raccontato solo in termini politici o strategici.
Non è un testo neutrale, ma è proprio questa sua presa di posizione a renderlo potente, Arrigoni non chiede al lettore di essere d’accordo, ma di non smettere di sentire.
Ed io sento chiaro e forte, e mi emoziono, anche adesso mentre scrivo queste righe, gli occhi si inumidiscono, mi prende rabbia, impotenza, un bisogno quasi fisico di gridare “ma come fate a non vedere, a non sentire?”
Vik è morto, ma vive ancora nel sogno di un mondo migliore. Restiamo umani.
“Restiamo umani è l’adagio con cui firmavo i miei pezzi per il manifesto e per il blog ed è un invito a ricordarsi della natura dell’uomo, io non credo nei confini nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia che è la famiglia umana” Vittorio Arrigoni
Fondazione Vittorio Arrigoni
Le Ali di Vik
99 Posse – Resto umano
Citazioni da Gaza. Restiamo umani
“Non si odono più sirene di ambulanze al rincorrersi all’impazzata, semplicemente perché al porto e nell’area circostante non c’è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare i piedi su un cimitero dopo un terremoto.”
pag. 31
“A volte quando ci troviamo fra noi i discorsi si fanno cupi, è probabile che alla fine di questa terrificante offensiva qualcuno di noi andrà ad aumentare il conto dei morti, degli scomparsi. Non ci pensiamo, andiamo avanti. Restiamo umani. ”
pag. 37
“Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che difficilmente riuscirò a raccontare ai miei eventuali futuri figli. Sentirsi isolati e abbandonati è desolante non meno della vista di un quartiere di Gaza dopo una campagna di raid aerei. […] Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste qualcuno in cui credere, ma non sono ancora in grado di esercitare la pressione necessaria sui governi occidentali perché fermino i crimini di Israele.”
pag. 47
“La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. (p. 98)
Tregua dopo tregua, la percezione è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l’altra, verso una pace che non è mai stata così distante. ”pag. 98
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Dall’archivio storico del Il Manifesto, dove trovate gli articoli di Vittorio Arrigoni:
“Quei corpicini smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine è perché voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare. (31/12/2008)”
“Il nuovo anno è subentrato al vecchio con gli stessi auspici di morte e desolazione. Mai viste tante bombe crollare attorno a casa mia, dinnanzi al porto. Un’esplosione, a meno di 100 metri, ha scosso i 7 piani del palazzo, facendolo oscillare come un pendolo impazzito, i vetri delle finestre sono scoppiati. Il terremoto, qui, si chiama Israele. Proseguo nella disperata ricerca di quegli amici che non rispondono più al telefono. (02/01/2009)”
“Mentre scrivo i carri armati israeliani sono entrati nella «Striscia». La giornata è iniziata allo stesso modo in cui è finita quella che l’ha preceduta, con la terra che continua a tremare sotto i nostri piedi, il cielo e il mare, senza sosta alcuna, a tremare sulle nostre teste, sui destini di un milione e mezzo di persone che sono passate dalla tragedia di un assedio, alla catastrofe di bombardamenti che fanno dei civili il loro bersaglio predestinato. Il posto è avvolto dalle fiamme, cannonate dal mare e bombe dal cielo per tutta la mattina. Le stesse imbarcazioni di pescatori che scortavamo fino a qualche giorno fa in alto mare, ben oltre le sei miglia imposte da Israele come assedio illegale criminoso, le vedo ora ridotte a tizzoni ardenti. Se i pompieri tentassero di domare l’incendio, finirebbero bersagliati dalle mitragliatrici …”
“Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono. Ore 19.33, ospedale della Mezza Luna Rossa, Jabaliya. Mentre ero in collegamento telefonico con la folla in protesta in piazza a Milano, due bombe sono cadute dinanzi all’ospedale. I vetri della facciata sono andati in pezzi, le ambulanze per puro caso non sono rimaste danneggiate. I bombardamenti si sono fatti ancora più intensi e massicci nelle ultime ore, la moschea di Ibrahim Maqadme, qui vicino, è appena crollata sotto le bombe: è la decima in una settimana.”
“è evidente che l’uranio impoverito e il fosforo bianco sparso in maniera criminale sul fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione nel causare malattie genetiche fra ebrei e musulmani. Dovremmo essere in piena tregua in corso, fatto sta che oggi nel mio letto mi ha destato dal sonno il boato sordo del cannoneggiare di navi da guerra, esattamente come qualche giorno fa.”
“Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana.” (da un’intervista)
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