
Canto di Natale con autotune di Marco Presta è una satira natalizia che prende un classico intramontabile e lo catapulta nel vortice del nostro presente iperattivo, rumoroso e un po’ stonato.
“La vita è un tapis roulant: se perdi il passo ti butta fuori, maledizione.”
Siamo a Roma, immersa fino al collo in luminarie, slogan zuccherosi e buoni sentimenti prefabbricati. Qui vive e lavora un produttore discografico emotivamente prosciugato, incapace di fermarsi anche solo per un istante, tra artisti arroganti, vuoti e privi di talento. Poi una pillola sbagliata e la realtà comincia a incrinarsi. Le certezze si sfaldano, il tempo perde coerenza, e attorno al nostro Scrooge contemporaneo iniziano a manifestarsi eventi inspiegabili.
Trama del libro “Canto di Natale con autotune”
Aurelio Scrocchia, produttore musicale di mezza età, nei giorni prima di Natale si aggira cupo per il centro di Roma incontrando gli artisti della sua casa discografica e ragionando cinicamente sugli uomini e sulla vita. Intorno a lui, implacabile, la bontà a mano armata dei dannati dello shopping natalizio. Aurelio è un uomo di successo, disilluso e senza più obiettivi.
Da ragazzo sognava di diventare un grande musicista, ora promuove cantanti che lo disgustano. Tra questi c’è Salomè, una giovane performer che si esibisce solo con l’autotune, il correttore vocale che permette a chiunque di stare davanti a un pubblico senza fare brutte figure. Salomè canterà “Adeste fideles” in uno show televisivo la notte della vigilia, e Scrocchia sta organizzando il grande evento.
Ma accade qualcosa che spariglierà tutto. Al posto del solito farmaco per la pressione, Scrocchia trangugia per sbaglio un potentissimo alcaloide che gli è stato generosamente rifilato da un trapper della sua scuderia. In preda a buffe allucinazioni, sballottato da una visione improbabile all’altra, Aurelio si trova di fronte tre personaggi bizzarri, i proverbiali fantasmi di dickensiana memoria, che lo obbligheranno a ripensare alla propria esistenza e ai tanti errori commessi, a quello che voleva essere e a quello che invece è diventato.
E come in ogni “Canto di Natale” che si rispetti, nel finale c’è spazio persino per un po’ di speranza.
“Il nostro compito è migliorare il mondo che ci circonda”
Recensione
Questo libro mi è stato regalato a Natale. Un Natale, per la cronaca, solitario sul fronte librario, la mia famiglia non ha ancora del tutto interiorizzato il semplice fatto che ricevere un libro mi rende felice. Si ostinano spesso a regalarmi fiori che seguono sempre lo stesso destino, qualche giorno di dignitosa resistenza e poi la pattumiera.
Aprendo il pacchetto ho ricevuto una doppia sorpresa, questo piccolo gioiello è impreziosito dai disegni di Max Paiella, che non accompagnano il testo ma lo commentano, lo amplificano, un dialogo tra parole e immagini che funziona molto bene.
Seguo Marco Presta da anni, la sua voce risveglia le mie mattine nella storica trasmissione Il Ruggito del Coniglio su Rai Radio2 , una voce che è presenza familiare per me ed è esattamente quello che è accaduto, non stavo semplicemente leggendo, stavo ascoltando, ho ritrovato le pause, le scelte lessicali, quei piccoli scarti linguistici che tradiscono il suo stile preciso fatto di battute secche, ritmo comico che non lascia spazio alla noia. Il sorriso arriva spesso, ma non è mai fine a se stesso, dietro l’umorismo si intravede una riflessione piuttosto amara.
In questa rilettura del Canto di Natale di Dickens, Presta applica lo sguardo di chi conosce bene i meccanismi della comunicazione e, soprattutto, i tic della nostra epoca. Il risultato non è una parodia né un omaggio reverenziale, ma un’operazione più sottile, ha preso un classico e lo ha usato come strumento di osservazione del presente.
“C’è chi assaggia e chi fa assaggiare”
Aurelio Scrocchia è il protagonista della storia, una figura che richiama apertamente Scrooge, è cinico, disilluso, profondamente allergico al Natale ed a tutto il suo corollario: le buone intenzioni esibite come badge morali, l’entusiasmo obbligatorio, la solidarietà rigorosamente stagionale. Scrocchia osserva il mondo con uno sguardo lucido e smascherante, individua le contraddizioni, ne denuncia l’ipocrisia, eppure, paradossalmente, ne è lui stesso prigioniero.
Vive immerso in un costante rumore di fondo in cui anche le emozioni passano attraverso un processo di correzione e amplificazione, proprio come suggerisce l’autotune del titolo. In questo contesto, il suo rifiuto del Natale diventa una reazione polemica, quasi difensiva, verso una società che riesce a trasformare perfino l’empatia in una performance pubblica.
Come accade nei grandi racconti di redenzione, Scrocchia non è soltanto un misantropo da mettere alla berlina, è uno specchio deformante, grottesco quanto basta per risultare rivelatore. In lui riconosciamo molte delle nostre ambiguità, quelle che preferiamo ignorare. Fa ridere, a tratti infastidisce, spesso provoca, ed è esattamente per questo che funziona.
Il vero merito del libro sta proprio in questo delicato equilibrio: parodia senza disprezzo, modernizzazione senza cinismo assoluto. Presta non demolisce Dickens, lo rielabora, lo “remixa” come farebbe un DJ ironico ma consapevole del valore del brano originale. Il risultato dimostra che temi come egoismo, redenzione e responsabilità non hanno perso forza, cambiano solo i canali attraverso cui si manifestano, oggi passano dai social, dai like, da voci artificialmente perfette, ma continuano, ostinatamente, a parlarci.
Canto di Natale con autotune è una lettura leggera, ma tutt’altro che superficiale. Un libro adatto a chi ama il Natale, ma fatica a sopportarne la retorica, e a chi apprezza quella satira intelligente, è uno di quei testi che non chiedono di essere presi troppo sul serio, e proprio per questo riescono a colpire nel segno.
Tra un sorriso e l’altro, senza prediche né moralismi, si infilano domande scomode, osservazioni puntuali, piccoli cortocircuiti cognitivi, e alla fine ci si accorge che sì, si è sorriso spesso ma si è anche pensato, ed è forse questo il regalo migliore che un libro possa fare.
Se volete potere ascoltare l’audiolibro letto da Giancarlo Ratti.
Incipit del libro “Canto di Natale con autotune”
La vita è un tapis roulant: se perdi il passo ti butta fuori, maledizione.
Questo rimuginava ansimando Aurelio Scrocchia, produttore discografico di lungo corso, mentre arrancava tra la folla in via dei Condotti. Aveva la curiosa impressione che il suo cappotto di cashmere lo deridesse, strizzandogli la pancia a ogni passo. Intorno a lui, le luci colorate delle vetrine segnalavano ai naviganti dello shopping l’avvicinarsi del Natale. La speranza di trovare un maglione o un profumo a prezzo d’occasione rappresentava l’apice della spiritualità, quel sabato mattina. Un fastidioso senso di ridondanza perseguitava Aurelio: la metà di tutto ciò che riempiva quella elegante via del centro sarebbe stata già troppo, per lui.
Non piaceva il Natale, al signor Scrocchia.
In effetti, lo aborriva.
Detestava la retorica dei buoni sentimenti, il felicismo frenetico, l’affratellamento generale sbrigativo e fasullo, l’«io ti do tu mi dai» della mezzanotte sotto l’albero.
E poi, i bambini.
Aveva sempre sentito cianfrugliare che il Natale «è la festa dei bambini». Davvero non sapeva spiegarsi come uno scarso chilometraggio biologico potesse costituire di per sé un passaporto di candore e bontà al punto di appropriarsi della piú importante festività dell’anno.
I bambini sono solo gli stronzi di domani, cosí la vedeva Aurelio.
Era un uomo massiccio, appesantito da un’esistenza che non somigliava piú da anni a quella che aveva desiderato. Una frangia di capelli sottilissimi e radi gli attraversava il cranio calvo da un orecchio all’altro, un piccolo ponte immondo sui suoi ideali sgretolati.
Con il fiatone, quel sabato mattina si faceva largo nella calca sforzandosi di non sfiorare nessuno.
Uno zampognaro e un pifferaio suonavano una melodia querula davanti a una vetrina radiosa di regali.
Suonate, suonate, miserabili… prima o poi mi toccherà promuovere anche voi!
Arrivato davanti al civico 11, guardò il palazzo barocco con occhi bovini. Capí subito che non avrebbe trovato il soccorso di un ascensore, lí dentro.
Fai la trap, brutto bastardo… e allora perché vuoi vivere in un edificio del Seicento? Per costringere me a prendere le scale!
Non amava quel genere di musica, il signor Scrocchia. In realtà, non amava piú la musica, tutta la musica, imbolsito da decenni di mestiere. Un grande amore trasformato in rancore, come capita a volte. Adesso era un medico che odiava i pazienti, un pittore daltonico, un vitello allergico al latte.
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Citazioni del libro Canto di Natale con autotune
“Bisogna accontentarsi di una soddisfazione parziale, perché la ricerca di quella totale può causare danni enormi e definitivi.”
pag. 12
“Sprofondò di nuovo nella bontà a mano armata tipica del periodo. Per le strade della città migliaia di persone, vittime di un equivoco, si preparavano a festeggiare la nascita di Babbo Natale.”
pag. 15
“Difendere l’indifendibile è da sempre una naturale propensione dell’essere umano. Si tratta di una creatura complessa, piena di istinti primordiali, il cui appagamento si contrappone a certi buoni propositi che gli uomini coltivano come riprova di possedere un’anima. Un bel pasticcio, insomma.”
pag. 33
“Introduzione, strofa, ritornello e chiusa. Possibile fosse diventato cosí difficile scrivere una canzone? Non una sinfonia, né una sonata o un concerto: una canzone, anzi una canzonetta, tre note in croce capaci di mettere di buonumore la gente, farla canticchiare sovrappensiero e convincere i giovani a sbatacchiare la mercanzia ballando.”
pag. 38
“L’imponente massa di carne che costituiva la corporatura di Aurelio Scrocchia riemerse dalle viscere della metro, pronta a vagare di nuovo per la città prenatalizia, un iceberg incappottato che solcava le vie imbellettate. Gli ruotavano intorno centinaia di suoi simili, che pure percepiva come creature differenti.
L’individuo medio non esiste piú, è un concetto scavalcato dai tempi che viviamo, la medietà è un parametro troppo alto per la maggior parte delle persone che se ne va in giro per la strada. No, l’individuo medio davvero non esiste piú. Oggi sarebbe piú opportuno parlare di individuo minore. Molto minore, direi.”
pag. 53
“Un bambino piangeva e batteva i piedi in terra, all’angolo di una strada: pretendere qualcosa è l’eterna commedia dell’umanità.”
pag. 62
“Fuori, la notte aveva messo la sordina ai contrasti, agli strepiti, all’infinita grettezza che governa gli uomini. Solo un tram scivolava sulle sue rotaie, destinato al deposito come tutta quella giornata indescrivibile.”
pag. 87
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