
Le ragazze di Tunisi è un romanzo, scritto da Luca Bianchini, pubblicato il 19 febbraio 2026, da Mondadori. È una storia che intreccia la memoria di una famiglia con quella, più grande, della Storia.
Sullo sfondo c’è Tunisi tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta, una città attraversata da profondi cambiamenti politici e sociali, dove il passato si mescola al presente e le vicende private finiscono per riflettere le trasformazioni di un’intera epoca.
«Non conoscevo davvero la storia della famiglia di mia madre, finché un giorno ho iniziato a fare domande.»
Trama del libro “Le ragazze di Tunisi”
Tunisi, 1959-1961, gli anni segnati dall’indipendenza della Tunisia guidata da Habib Bourguiba e dal progressivo disfacimento della presenza straniera nel Paese. Al centro della narrazione vi è la famiglia Brancata di origine siciliana approdata in Tunisia con la speranza, come tanti, di trovare la propria America, non sempre ci sono riusciti, ma hanno costruito una vita in quel piccolo mondo cosmopolita dove italiani, francesi, tunisini, ebrei e maltesi convivono tra abitudini, lingue e culture diverse.
La gestione della casa ricade sulle spalle di Maria, trentottenne fiera e determinata che, per far fronte alle difficoltà economiche e alla cronica assenza del marito Nannucio, bracciante in una fattoria a Naassen, lavora instancabilmente come sarta in casa, nel quartiere di Borgel, al pianterreno di una palazzina dove la vita degli altri è praticamente affare di tutti.
Maria cresce tre figlie adolescenti: Anna, la primogenita, sedici anni, una passione per i libri e per le navi che osserva all’orizzonte, frequenta una delle migliori scuole di Tunisi grazie allo zio Jojo, l’irresistibile mascalzone di famiglia che paga i suoi studi. L’amore, per lei, è ancora un territorio lontano, a farle compagnia c’è Marinette Bembaron, ricca compagna di scuola e figlia di un medico francese, che le mostra un mondo nuovo fatto di cinema, vestiti eleganti e passeggiate lungo Avenue de France. Poi ci sono la vulcanica Vitina, apparentemente interessata soltanto al canto e alla ginnastica, e Pupetta, il piccolo grillo parlante della famiglia.
Intorno a loro scorre una Tunisi vivace e multiculturale, ma anche inquieta, l’indipendenza del Paese sta cambiando gli equilibri e per molti si avvicina il momento degli addii. Un variegato microcosmo fatto di vicini curiosi, come la pettegola maltese madame Micallef; i Vaccaro con la pianista Rosetta e il giovane Pino; il misterioso Vedovo del piano superiore, che corteggia discretamente Maria; e la famiglia tunisina dei Mahmood proprietari della drogheria locale, con il loro giovane figlio Zizou.
È un tempo sospeso, fatto di nostalgia e incertezza, nel quale la paura di ciò che sta per cambiare finisce però per accendere nuovi desideri, amori che nascono e segreti che riaffiorano, tutto mentre in cucina non manca mai il couscous e la sera ci si ritrova dove possibile davanti alla televisione, una famiglia intera si prepara, quasi senza rendersene conto, a salutare un mondo che sta per scomparire.
La dedica iniziale: «A mia madre, e a tutte le donne della nostra famiglia che hanno lasciato a Tunisi una parte di sé ispirando questa storia»
Le recensioni
Il libro nasce da una ricerca intima dell’autore sulle proprie radici familiari e sulla storia della comunità italiana che, nel secondo dopoguerra, viveva a Tunisi. È proprio questo legame personale a dare al racconto una forza emotiva particolare, trasformando la memoria privata in una storia capace di parlare a tutti.
E poi c’è Tunisi, forse la vera protagonista del romanzo, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, vivace e contraddittoria, sospesa tra mondi diversi. Una città dove culture diverse si incontrano, si mescolano e, inevitabilmente, si trasformano insieme ai grandi cambiamenti di un’epoca.
Bianchini racconta una comunità italiana che spesso rimane ai margini della nostra memoria. Quando pensiamo all’emigrazione italiana immaginiamo soprattutto le navi dirette verso l’America, le grandi partenze, le famiglie che attraversano l’oceano, ma ci sono altre emigrazioni, più vicine geograficamente e non per questo meno importanti.
La Storia entra così nelle case, nelle conversazioni e nei rapporti familiari e l’indipendenza tunisina non è soltanto un avvenimento politico, è qualcosa che modifica concretamente la vita delle persone, che devono decidere se restare o partire ed è qui che il romanzo acquista una dimensione universale, non riguarda più soltanto i Brancata o gli italiani emigrati in Tunisia, diventa attuale.
Partire significa portarsi dietro un’identità, ma anche scoprire che quell’identità può cambiare quando entra in contatto con altre culture. Le radici non sono necessariamente un posto preciso, a volte sono le persone, le abitudini, una lingua, un ricordo, una fotografia conservata in fondo a un cassetto, e quando si vive lontano da casa, tutto questo assume un significato ancora più forte.
Le figure femminili sono quelle che danno al romanzo la sua anima, le ragazze di Tunisi vivono in un’epoca nella quale le loro possibilità sono ancora fortemente condizionate dalla famiglia, dalle convenzioni e dalla società, ma proprio per questo le loro aspirazioni, i loro desideri e le loro inquietudini acquistano ancora più forza. Sono donne che devono scegliere, aspettare, ribellarsi, adattarsi, mentre intorno a loro cambia la Tunisia, cambiano anche loro.
Sono personaggi che appartengono a un’epoca precisa, ma che riescono a parlare anche al presente, perché il conflitto tra ciò che siamo, ciò che gli altri vorrebbero che fossimo e ciò che desideriamo diventare non appartiene soltanto agli anni Cinquanta.
E poi c’è il Vedovo, un personaggio che non ha nome, ma proprio per questo ancora più potente, entra nel romanzo come una piuma che si poggia delicatamente su una spalla. Crea quel contrasto tra il mondo degli adulti e quello delle ragazze, tra ciò che la società considera opportuno e ciò che invece nasce spontaneamente dai sentimenti e dai desideri. La vedovanza lo rende un uomo che ha già conosciuto la perdita e che, proprio per questo, sembra avere uno sguardo diverso sulle relazioni.
La scrittura di Luca Bianchini è come un fiume che scorre e tu sei li che lo guardi e ti fa stare bene, ti fa sentire a casa, non va a ricercare paroloni, non cerca di abbagliarti, di piacerti, lui racconta e basta, non trasforma la vicenda storica in una lezione, preferisce farla passare attraverso la vita quotidiana e la voce dei protagonisti.
La forza del libro sta soprattutto nella capacità di trasformare la grande Storia in una storia fatta di persone, non sono le date a rimanere nella memoria del lettore, ma le vite che quelle date hanno modificato, al centro rimangono sempre le persone, le loro paure, i loro desideri, le loro contraddizioni.
È una storia che parla del passato, ma che pone domande molto attuali: cosa significa sentirsi a casa? Quanto siamo disposti a cambiare per costruirci un futuro? E soprattutto, quando lasciamo un luogo, quanto di quel luogo rimane dentro di noi? Quanto dobbiamo aprirci verso culture diverse?
Mi mancano già le ragazze di Tunisi e vorrei ancora sentire parlare di loro.
Dai ringraziamenti: Nella vita c’è un tempo per tutto, ed era giunto il momento di tirare fuori questa storia. La Tunisia per me era sempre stata solo una serie di stranezze legate alla famiglia di mia madre e di prelibatezze sconosciute alla maggior parte dei miei amici: fricassè, couscous, brik, sfingi e merguez preparate dalla nonna Maria. Tavolate infinite di parenti che si salutavano ogni volta come se dovessero separarsi per sempre.
E guai se quando andavi a Parigi non passavi a trovare la zia Gilda o se capitavi a Londra senza cercare madame Micallef. Ora che ho aperto le lettere, ascoltato le voci, visitato i luoghi e sfogliato gli album di fotografie, ho finalmente dato un senso a tutto e ho capito quali sono le mie radici. Vengo da una famiglia di profughi, che a Tunisi ha vissuto i suoi anni più belli, anche se difficili, che li ha cambiati per sempre.
Questo romanzo è stato un atto d’amore e di gratitudine verso tutti loro, in memoria dei tanti che non ci sono più.
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Incipit del libro “Le ragazze di Tunisi”
DICEMBRE 1959
1
La nave stava per spuntare all’orizzonte con il suo carico di sogni e bagagli e Anna, come ogni mercoledì, salì sul tetto di casa per vederla passare. Si fece strada tra i panni stesi sul terrazzo, si sedette su una vecchia sedia e attese. Non aveva mai viaggiato e non sapeva nemmeno lei dove sarebbe voluta andare, sicuramente lontano da Tunisi, libera di essere chi voleva senza rendere conto a nessuno. Così si alzò per ritirare le lenzuola senza distogliere gli occhi dal mare, finché non vide transitare la Tirrenia. Da lì sembrava minuscola, con quella piccola bandiera tricolore che vedeva sempre in cartolina e sui libri di scuola, anche se per lei l’Italia era solo la Sicilia.Iniziò a fare ciao con la mano, convinta che qualcuno potesse vederla, perché a sedici anni si pensa che tutto sia possibile. Avrebbe voluto visitare Palermo per conoscere i parenti – anche se erano troppi – e subito dopo Parigi, le città di cui sentiva parlare di più. E lì sì che l’avrebbero capita: il siciliano e il francese erano le uniche lingue che conosceva, oltre a qualche parola di arabo mezza inventata.
D’improvviso si accorse che due occhi la stavano puntando da un po’. Sua madre l’aveva raggiunta.«Si può sapere chi saluti?»
«La Tirrenia laggiù. Chissà se è quella che hanno preso i nostri vicini.»
«Non credo. I francesi non hanno le stesse navi nostre… ma perché ti interessa saperlo?»
«Non lo so.»
«Cosa vuol dire “non lo so”?»«Ho paura che tutto cambi e che ce ne dovremo andare anche noi. Allora tanto vale partire subito. E se già ti immagini di farlo, poi diventa più semplice, no? Tu dove vorresti andare, ma’?»
Maria sospirò. Era un pensiero che angosciava anche lei, ma non poteva darlo a vedere alla sua primogenita.«Da nessuna parte. Tu ti senti così solo perché hai preso un voto meno bello del solito.»
«Se mi lasciassi in pace a fare i compiti queste cose non succederebbero.»
«Ringrazia tuo zio Jojo se vai ancora a scuola… è lui che ci dà una mano.»
«Ma a cosa serve studiare se quando papà parte devo fare tutto io qui?»
«Tutto tu? Impara a rispettare tuo padre, e contribuire in casa mi pare il minimo. Come fai a maritarti se non sai fare niente?»Anna si sistemò i capelli. Non sapeva nemmeno se voleva sposarsi, non era pronta e poi il suo seno non era abbastanza grande, secondo lei, per allattare un bambino, quindi era meglio aspettare che crescesse un po’. In realtà sentiva che non era felice, e il motivo lo conosceva bene: Gérard era partito per sempre. Pensava ai suoi occhi cobalto che aveva spiato per mesi dalla finestra quando lo vedeva passare in cortile. Un’infatuazione segreta che per lei era diventata una ragione di vita. E adesso, ogni volta usciva di casa per ritrovare il suo profumo, ma sentiva solo quello delle rose della signora di fronte.
Ora al posto di Gérard c’era lo sguardo spavaldo di Zizou e della sua famiglia tunisina, che aveva già invaso il vicinato di nuovi odori speziati.
«Hai ragione, mamma, tra poco scendo. Ma vorrei restare ancora un po’ qui da sola.»
«Va bene, basta che poi torni a essere la ragazza che conosco. La tristezza chiama tristezza, ricordalo.»Anna ascoltò quelle parole con attenzione: la nave era scomparsa e con lei si erano allontanate anche le sue preoccupazioni, mentre le ultime lenzuola da ritirare svolazzavano al vento. Ci affondò la testa perdendosi in quella sensazione di pulito che era come una carezza per lei. Rientrò in casa un po’ più sollevata, anche perché non aveva alcuna intenzione di contrariare sua madre.
Quella dei Brancata era una famiglia come se ne trovavano tante a Tunisi alla fine degli anni Cinquanta. Siciliani che non avevano avuto i soldi, più che il coraggio, per emigrare in America e avevano preferito non allontanarsi troppo dalla Sicilia, in una terra dove comandavano i francesi, che avevano imposto alla popolazione la loro lingua. Almeno, così era stato fino a pochi anni prima. Poi la Tunisia si era resa indipendente, e con l’arrivo di Bourguiba e la sua elezione a presidente il protettorato francese aveva iniziato a sgretolarsi e perdere potere.
Questo avveniva sotto gli occhi di tutti, in particolare quelli attenti di Anna, che ricordava ancora quel luglio di due anni prima quando era scesa in strada a sventolare le bandierine per salutare il nuovo président. Da quel giorno, molti francesi e italiani avevano iniziato ad andare via. “Chi l’avrebbe detto che sarebbe finita così” pensava immaginando quante persone erano salite su quella nave.
Era il 21 dicembre 1959. La tramontana aveva pulito il cielo portando un’aria rigida, e il sole aveva i contorni così netti da sembrare disegnato.
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