
La sindrome dell’Orangerie di Grégoire Bouillier, pubblicato in Italia da Edizioni E/O nel 2026 e tradotto da Alberto Bracci Testasecca è un libro che non è classificabile.
Ci sono quadri davanti ai quali ci si ferma per qualche minuto, e poi ce ne sono alcuni che sembrano fermarsi davanti a noi, come se avessero qualcosa da dirci, ed è proprio da questa sensazione, apparentemente inspiegabile, che nasce questo libro.
“Cosa si vede di un quadro?
Non lo sappiamo.
Non lo sappiamo mai.
Non ci hanno mai insegnato a vedere con i nostri occhi.”
Trama del libro La sindrome dell’Orangerie
Il punto di partenza è uno dei luoghi più celebri dell’arte europea è il Museo dell’Orangerie di Parigi e le monumentali Ninfee di Claude Monet. Un luogo dove solitamente il visitatore trova armonia, silenzio, contemplazione, ma davanti a quelle tele Bmore, alter ego investigativo dello scrittore, viene invece assalito da una strana angoscia, una sensazione difficile da spiegare, quasi fisica, che trasforma la contemplazione di un capolavoro in un caso da risolvere. Bouillier invece di cercare una risposta semplice, decide di inseguire tutte le domande che nascono da quella sensazione.
Perché Monet ha dipinto ossessivamente le ninfee? Perché tornare ancora e ancora sullo stesso soggetto? Cosa si nasconde dietro quella superficie apparentemente pacifica fatta di acqua, luce, fiori e riflessi?
“Guardando un quadro, dimentichiamo che innanzi tutto è il quadro a guardare noi. Anzi, ci guarda meglio di quanto noi lo vediamo, perché è lui il primo a immergere il suo sguardo nel nostro”
L’indagine di Bmore si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più grande di un semplice mistero legato a un dipinto. Dall’Orangerie si arriva a Giverny, il giardino di Monet, e poi il percorso si allarga verso il Giappone e Auschwitz-Birkenau, la biografia del pittore si intreccia con la storia, la botanica con la simbologia, la pittura con la memoria e la morte.
È un viaggio imprevedibile, nel quale ogni dettaglio può diventare una pista e ogni associazione aprire una nuova porta, Bouillier prova a entrare nella mente di Monet, nelle sue ossessioni, nei suoi lutti e nel suo rapporto con il tempo, e mentre indaga sull’artista, finisce inevitabilmente per indagare anche sull’essere umano.
“Si tratta di scoprire la verità! Perché la verità esiste, e se non esiste è una cosa che possiamo dire solo dopo averla molto molto molto cercata, non si può postulare a priori che non esista, sennò è come spalancare la porta alle bugie, e si sa dove portano le bugie.”
Recensione
Definire questo libro semplicemente un romanzo sarebbe riduttivo, è un romanzo-saggio, un’indagine artistica, un noir intellettuale e, allo stesso tempo, una lunga esplorazione nella mente del protagonista.
La sua lettura è stato un viaggio psichedelico, ho amato l’inizio del libro, l’ho odiato durante, ad un certo punto mi ha proprio depresso, portandomi nell’oscurità, aumentando la voglia di abbandonarlo. La narrazione per associazioni, deviazioni, intuizioni e collegamenti apparentemente improbabili, con tutta la libertà possibile, senza limiti, credo sia contemporaneamente il pregio e il limite di questo libro libro.
Bouillier pretende infatti un lettore disposto a seguirlo senza avere sempre la certezza della direzione, scordatevi una lettura lineare e rassicurante, dovete accettare di perdervi, di cambiare prospettiva, di lasciarsi trascinare dalle associazioni dell’autore, se riuscite ad arrivare alla fine, io ho faticato e non poco.
Però mi ha lasciato delle riflessioni interessanti, come ad esempio il nostro modo di guardare. Perché guardiamo un’opera d’arte? Cosa vediamo davvero? Quanto siamo condizionati dalle parole con cui qualcuno ci ha insegnato a interpretarla?
Oppure riflettere sulla bellezza, siamo abituati a pensare alla bellezza come a qualcosa che consola, infatti le Ninfee sono quasi universalmente associate alla pace, alla natura, alla luce, ma l’autore mette invece in discussione questa lettura rassicurante, e se dietro quella bellezza ci fosse qualcosa di oscuro?
Le Ninfee di Monet diventano una lente attraverso la quale osservare temi molto più universali come la paura della morte, il desiderio di fermare il tempo, il rapporto tra memoria e oblio e la difficoltà dell’uomo di accettare ciò che inevitabilmente scompare.
“Le cose che teniamo per noi tengono noi dentro di loro, ci imprigionano dentro di loro”
Insomma non ho amato molto questa lettura, anche se amo questo genere di libri e l’idea è molto interessante, ma Bouillier parte dalle Ninfee di Monet ma si allarga continuamente verso altri personaggi, eventi storici, opere d’arte e associazioni di idee, questo rende la lettura ricca, ma anche dispersiva.
Il ritmo è irregolare, ci sono momenti estremamente coinvolgenti, alternati ad altri più lenti e di una pesantezza unica. È un libro che richiede molto dal lettore, attenzione e pazienza sono quasi indispensabili per seguire tutti i riferimenti e le connessioni. La curiosità di Bouillier è contagiosa, ma a tratti diventa incontenibile, la ricerca ossessiva di significati stimola, ma sovraccarica, insomma ciò che rende il libro originale è anche ciò che lo rende esasperante.
Cosa mi ha portata a leggere questo libro? Il gruppo di lettura organizzato dal gruppo Facebbok Il Messia dei Libri, splendidamente gestito.
“Monet ha seppellito nelle Ninfee qualcosa o qualcuno. Questo dipinto puzza di morte! Ne sono convinto, anche se nessuno lo immagina”
“La morte imbellettata con i colori della vita: era la formula che stavo cercando. Mai ne troverò una più appropriata!”
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Incipit del libro La sindrome dell’Orangerie
PARTE I
“E lì cosa vedi?”.
JEAN EUSTACHE, Les photos d’Alix1.1
Èbuffo.
O forse no.
Ma l’altro giorno sono andato al museo dell’Orangerie.
(Una settimana fa esatta.)Era la prima volta che andavo a vedere le Ninfee di Claude Monet.
(C’è un inizio per tutto.)
Non era mai capitato prima.
Mai avevo visto i grandi pannelli dell’Orangerie.
Visto, visto con i miei occhi.
Ed è successa una cosa strana.Ho avuto un senso di vertigine, di angoscia.
Mi sono sentito terribilmente oppresso.
È stata una cosa immediata.
Per poco non sono svenuto.Non era affatto previsto.
Non era quello che mi aspettavo.
Tantomeno a proposito delle Ninfee di Claude Monet.Ho cominciato a sentirmi meglio solo una volta uscito dall’Orangerie, per strada, all’aria aperta, lontano dalle Ninfee di Monet. Respiravo di nuovo normalmente.
Ero tornato leggero.
Il che dimostra che se la mia angoscia diceva qualcosa di me (ovviamente!) diceva anche qualcosa delle Ninfee, visto che l’avevano causata.
Cosa diceva?
Da dove veniva l’angoscia?
Che rapporto aveva con le Ninfee?
Cosa nascondevano d’angosciante le Ninfee, posto che nascondessero qualcosa d’angosciante?
C’entravano le mie analisi mediche?Non sto cercando di convincere nessuno, mi limito a dare testimonianza di uno shock pittorico che mi ha sorpreso al punto da aggravare il malessere che avevo provato, rendendomelo totalmente incomprensibile.
Cos’era successo durante la visita all’Orangerie?
Cosa avevo visto?
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