Fëdor Dostoevskij – Povera gente

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Povera gente è la prima opera di Fëdor Dostoevskij, un romanzo epistolare che fu scritto in nove mesi e pubblicato per la prima volta nel 1846, ebbe subito successo, anche se non era ben visto dai benestanti che rifiutavano e facevano finta di non vedere la povertà della gente comune.

“Proprio presso una palizzata c’era un tale in disparte e supplicava, dicendo: “Dammi mezza kopeka, signore, per l’amor di Cristo,” e con voce tanto aspra, rozza, che mi ha scosso per un certo senso di paura, ma non ho dato la mezza kopeka: non l’avevo. Per di più alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!”

Il principale critico del tempo, Vissarion Belinskij, si entusiasmò al punto di parlare della comparsa dell’erede diretto di Puškin e Gogol’, romanzo è in parte ispirato al racconto di Gogol’ “Il cappotto”, il protagonista maschile è un copista e dà un resoconto delle vite dei russi di umili condizioni nella metà del XIX secolo e fa riflettere sugli aspetti psicologici della povertà e sulla fragilità emotiva dell’animo umano quando si ritrova privo di mezzi.

Varvara Dobrosèlova e Makàr Dèvuškin sono cugini di secondo grado, lei giovane orfana, lui non più giovane impiegato. Vivono uno di fronte all’altra sulla stessa strada, in due appartamenti fatiscenti. Sono molto poveri entrambi.
Makàr è un umile copista che si adatta nel piccolo angolo di una cucina presso una sudicia pensione, vive con diversi altri inquilini, come i Gorshkovs, il cui figlio malato soffre la fame.
Varvara è stata adottata dalla cugina che però non le risparmia umiliazioni e il peso della sua ospitalità. Per andare avanti, seppur malata, Varvara è costretta a fare la sartina su commissione. I due intrattengono una fitta corrispondenza fatta di reciproche confessioni sulle proprie terribili condizioni.
Makàr, nonostante le raccomandazioni di lei, continua a comprare per Varvara regali e a prendere soldi a prestito.
Ben presto, non solo non può più pagare l’affitto, ma non riesce neppure a sostituire i logori vestiti che indossa da un anno, precipitando alla fine in uno stato di terribile, nevrotica disgrazia.

Una lettura piacevole, scorrevole e rapida grazie alla forma epistolare, per chi ha già letto le opere dell’età matura di questo genio della letteratura forse resterà un po’ deluso, ma la lettura è da consigliare, come Dostoevskij sa fare riesce a parlare al cuore della gente ed a regalare emozioni.

Varvara Alekséevna mia impareggiabile!

Ieri sono stato felice, felicissimo, arcifelice! Una volta almeno, caparbietta che siete, mi avete dato retta. Verso le otto di sera, mi sveglio (voi già sapete, cara, che dopo l’ufficio mi piace schiacciare un sonnellino), prendo la bugia, preparo i miei fogliacci, tempero la penna, e così a caso alzo gli occhi… parola d’onore, il cuore mi dà un tuffo! Come avevate imbroccato il mio desiderio, il desiderio di questo mio cuoricino! Vedo alla vostra finestra una cocca della tendina ripiegata e appuntata al vaso di gelsomini, proprio come io una certa volta vi accennai; e mi sembrò anche, così tra luce e ombra, di veder balenare il vostro visino, e che voi guardaste dalla mia parte, e che pensaste a me. E che dispetto, che quel visino aggraziato non mi riuscisse di distinguerlo a dovere! Una volta, ve lo garantisco io, mia buona amica, non mi faceva difetto la vista. Brutta bestia la vecchiaia! Adesso, vedo tutto in nebbia. Basta un po’ lavorare di sera, scribacchiare due righe, ed eccoti la mattina con gli occhi rossi e lacrimosi, che è una vergogna mostrarti alla gente. Eppure, se sapeste come nella fantasia mi brillava il vostro bel visino, angioletta mia, il vostro sorriso così buono e dolce; e io mi sentivo dentro un non so che, come quella volta… vi ricordate, Vàren’ka?… quella volta che vi baciai. Mi sembrò allora che un vostro ditino mi minacciasse… Non è così, birichina?… Non vi scordate, badiamo, di descrivere tutto questo nella vostra lettera.
E dite un po’, bella pensata la nostra a proposito di quella tendina, eh? Graziosissima, non vi pare? Sia che lavori, che vada a letto o che mi svegli, so già che voi pensate a me, che di me vi ricordate, e che state bene e di buon umore. Abbassate la tendina, vuol dire: addio signor Makàr, è ora di andare a cuccia! L’alzate, vuol dire: buon giorno, signor Makàr, come avete dormito, come state? quanto a me, grazie a Dio, sana e fresca come una rosa! Niente di più spiccio e ingegnoso; e non c’è bisogno di lettere! Una pensata proprio sottile, eh? Ed è a me che è venuta in testa. In queste faccende qui, non c’è chi mi superi.
Vi faccio sapere, cara amica mia, che stanotte, contro ogni aspettativa, ho fatto una bella dormita, e ne sono contentissimo. Si sa che un alloggio nuovo non ti fa chiudere occhio: c’è tutto, ma ci manca sempre qualcosa. Stamani, comunque, mi sono alzato vegeto, arzillo come un fringuello! Che bella giornata oggi! Aperta appena la finestra, eccoti il sole, eccoti gli uccelletti che cinguettano, ecco l’aria pregna di profumi, eccoti la natura che si ravviva, e tutto il resto in corrispondenza, tutto in perfetta regola, tutto come deve essere in primavera. E quanti bei pensieri mi sono venuti, sempre, s’intende, a proposito di voi, Vàren’ka. Vi ho paragonata a un uccellino, creato apposta per la gioia degli uomini e ornamento della natura. E poi anche ho pensato che noi, sempre afflitti e tribolati, dobbiamo invidiare la sorte dei pennuti spensierati e innocenti; e poi tante altre cose simili, cioè, dico, sono andato facendo tanti di questi paragoni astratti. Io ho un libretto, Vàren’ka, dove tutto questo è stampato punto per punto. Voglio dire che i pensieri vanno e vengono e ce n’è di ogni sorta. Adesso, per esempio, siamo in primavera, la mente è più fresca, più aperta, e i pensieri sono tutti color di rosa. Perciò ho scritto questo, ma l’ho pigliato dal mio libretto, sapete. L’autore, figuratevi, esprime un suo stato d’animo in versi e dice:

Perché non nacqui uccello, uccel selvatico?

eccetera. Ci sono poi anche tante altre cose, ma lasciamole lì. Ditemi, piuttosto, dove correvate stamani, Varvara? Ancora non mi disponevo a recarmi in ufficio, e voi via dalla vostra camera, e giù attraverso il cortile, svelta e leggera proprio come uno di questi uccelletti! Che allegria solo a guardarvi! Ah, Vàren’ka, Vàren’ka! non affliggetevi mai; con le lacrime non si smorza la pena; questo io lo so, anima mia, lo so per prova. Adesso vi godete la vostra pace, e anche di salute state meglio. E che fa la vostra Fedora? Che brava, brava donna! Scrivetemi, Vàren’ka, come vi siete aggiustata con lei, se siete contenta. Fedora, sapete, è un po’ brontolona; ma voi non ci badate. Lasciate che brontoli. È tanto buona.

Della Tereza di qui vi ho già scritto: buona donna anche lei, e fidata per giunta. E io che mi davo tanta pena per le nostre lettere! Come e per chi spedirle? Ed ecco che la Provvidenza ci manda Tereza. È buona, vi dico, mite, di poche parole. Ma la nostra padrona di casa, quella sì che non ha ombra di pietà: la fa lavorare e la strapazza peggio di uno straccio.
E se vedeste, Varvara, in che stambugio sono capitato! Proprio un bell’alloggio! Prima, come sapete, vivevo da gufo; tranquillo, quieto, sentivo perfino volare una mosca. Qui invece, grida, strepiti, il finimondo! Ma già, io non v’ho detto come stanno le cose qui. Figuratevi un lungo corridoio, scuro, sudicio. A destra una parete cieca, a sinistra porte e porte, un’infilata di celle. Queste vengono prese in affitto da una persona, e anche da due e da tre. Quanto a ordine, non se ne parla: una vera arca di Noè! Brava gente, del resto, gente educata, istruita anche. C’è un tale, impiegato non so in che ufficio letterario, un dotto da sbalordire: vi discorre di Omero, di Brambeus, di tanti scrittori, e di tutto: un pozzo di scienza! Ci sono anche due ufficiali, che giocano sempre a carte. C’è poi un sottotenente di marina e un maestro. Aspettate, che vi farò ridere; ve li descriverò uno per uno nella prossima lettera, criticamente, cioè tali e quali sono, con tutti i dettagli. La padrona di casa è una vecchietta minuscola e sudicia, sempre in pantofole e veste da camera, e non fa che sgolarsi con Tereza. Io abito in cucina; cioè, per essere più preciso, lasciate che mi spieghi: accanto alla cucina c’è una camera (e la cucina a onor del vero, è pulita, luminosa), una camera non grande, un angolo, diciamo; cioè, per dir meglio, la cucina è spaziosa e ha tre finestre, e c’è da una parte come un tramezzo, tanto da formare un’altra specie di cella, un vano in più: comoda, larga, con la sua brava finestra; in una parola, non mi manca nulla. Questo qui è il mio cantuccio. Non pensate però che ci sia, non so come spiegarmi, qualcosa da nascondere o che io voglia dire e non dire. Io sì, abito proprio in cucina, dietro il tramezzo; ma questo non significa niente. Fatto sta che ho il mio posticino appartato, modesto, tranquillo. Ci ho messo il letto, il tavolino, il comò, un paio di seggiole e anche due immagini a capoletto. Capisco, ci sono alloggi migliori del mio, forse anche molto migliori, ma la comodità è quello che preme; ed è questo che mi ha fatto decidere; badiamo, questo motivo e nessunissimo altro. Ho di faccia a me la vostra finestra; non c’è di mezzo che il cortiletto; vi vedo così di sfuggita, e insomma c’è, diciamo, la consolazione degli occhi e della tasca. Altrove, la camera più meschina, vitto compreso, non costa meno di 35 rubli. Non è pane per tutti i denti. A me, il mio quartierino costa appena 7 rubli di carta alla quindicina1 e 5 in oro per il desinare; sicché mi viene 24 rubli e mezzo al mese; prima invece ne pagavo 30, e mi toccava privarmi di tante cose: non sempre bevevo il tè, mentre adesso mi riesce di avere sempre il denaro per il tè e per lo zucchero. Qui, capite, si fa una magra figura a privarsi del tè: tutta gente perbene, che ha di che spendere, sicché lo si beve, diciamo, per far piacere agli altri, per non farsi biasimare, per salvare l’apparenza: quanto a me fa lo stesso; non sono goloso io. E poi, qualche spicciolo si deve avere in tasca; e poi anche gli imprevisti, un paio di scarpe, un cencio di vestito… Tutto lo stipendio se ne va. Io però non mi lamento; mi basta e avanza. Di tanto in tanto, c’è anche qualche gratifica.
Addio, per ora, angioletto. Ho comprato due piccoli vasi, un gelsomino e un geranio: niente di caro. Ma a voi forse piace anche la reseda? Anche questa c’è, basta che me lo scriviate: scrivete tutto, punto per punto. E badiamo, eh, non andate almanaccando e non vi mettete in pensiero perché ho preso una camera come questa. No, ve l’ho già detto, solo la comodità mi ha fatto decidere, nient’altro. Faccio economie, metto da parte, e ho il mio gruzzolo. Non impressionatevi se mi vedete così melenso, piccino, che una mosca, diciamo, basterebbe a farmi del male. No, amica cara, io so il fatto mio, io ho un carattere come si conviene a una persona per bene, rispettabile. Addio di nuovo. Ho empito poco meno di due facciate, e faccio appena a tempo per l’ufficio. Vi bacio i ditini, stellina mia, e mi ripeto
Vostro umilissimo servo e fedelissimo amico
Makàr Dèvuškin

P.S. Di una cosa vi prego: scrivetemi tutto tutto, preciso. Unisco alla presente, Vàren’ka, una libbra di confetti. Mangiateli con buona salute, e per amor di Dio non state in pena per me e non mi fate il broncio. Addio per davvero, addio.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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