Nataniel Hawthorne – La lettera scarlatta

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La lettera scarlatta è un classico della letteratura statunitense scritto da Nathaniel Hawthorne, fu pubblicato nel 1850, tutt’oggi rimane uno dei libri più venduti in America, oltre ad essere uno dei più importanti della letteratura americana del diciannovesimo secolo. Un romanzo profondo ed intenso, i temi centrali dell’opera sono la colpa e il peccato, il concetto di moralità e l’idea di riscatto sociale inseriti in un contesto puritano dell’epoca, Hawthorne rivela le sue capacità di analisi psicologica e ci regala una narrazione che tocca la filosofia.

“Esiste una fatalità, un sentimento cosí irresistibile e inevitabile da assumere la forza di un destino, il quale, quasi invariabilmente, obbliga gli esseri umani ad attardarsi, ad abitar come spettri le prossimità del luogo, dove qualche solenne e indimenticabile evento abbia conferito il suo colore a tutta la loro vita; e questa forza è tanto piú irresistibile quanto piú cupa l’ombra che affligge la vita loro.”

Nathaniel Hawthorne (il vero nome era Hathorne) era un figlio di Salem, discendente di quella dura e intransigente schiatta di puritani che emigrarono dalla natia Inghilterra per fondare nuove comunità sul continente americano. I suoi antenati furono uomini di fede integerrima e pugno di ferro, tanto da essere direttamente coinvolti nella grande caccia alle streghe della cittadina americana. Lo scrittore portò sempre con sé il rimorso per le azioni dei propri antenati, tanto da dedicare alle sventurate vittime di tanta durezza un romanzo che divenne il suo biglietto d’ingresso nella Storia della Letteratura.

Il romanzo è ambientato nel New England puritano nel XVII secolo e racconta la storia di una donna che mette al mondo una figlia durante l’assenza del marito. Hester Prynne, questo il suo nome, rifiuta di rivelare alla comunità puritana del New England il nome del padre della bambina e tenterà, con grande fatica e senso di colpa, di recuperare la propria dignità attraverso il pentimento. Viene esposta sul palco della gogna cittadina, ed è costretta a portare ricamata sul petto una rossa lettera «A», simbolo del suo peccato. Accanto a lei, l’anziano marito che si mette ossessivamente a caccia del colpevole, e il giovane reverendo Arthur Dimmesdale che soffre del suo peccato ma è troppo orgoglioso per confessarlo.

La lettera scarlatta è incorniciata da un’introduzione (chiamata “La dogana”) nella quale lo scrittore, un alter ego di Hawthorne, finge di aver trovato documenti e carte che raccontano la storia di Prynne e ne provano l’autenticità. Il narratore sostiene anche che quando toccò la lettera ricamata (trovata assieme alle carte) aveva provato “un calore bruciante … come se la lettera non fosse di panno scarlatto, ma di ferro arroventato fino a diventare rosso”. In precedenza Hawthorne aveva lavorato nella Dogana di Salem per lungo tempo, perdendo il proprio lavoro a causa di un cambiamento dell’amministrazione politica.

“Bisogna riconoscere un merito alla natura umana: quando non è in gioco l’interesse personale, è molto più pronta ad amare che a odiare.”

Un libro che solo per la sua fama dovrebbe essere letto, detto questo, purtroppo ho faticato a leggerlo. Ho cominciato questo libro più volte, l’introduzione di circa venti pagine mi uccideva di noia e fa pensare che tutto il romanzo sia così, ma non lo è, quindi come hanno fatto con me, vi consiglio di resistere ed andare avanti. Un romanzo complesso e non per tutti, infatti,  lo consiglio agli amanti di romanzi riflessivi e decisamente prolissi. Resta comunque un libro intenso, in cui si susseguono i pensieri dei vari personaggi, si possono persino ascoltare le voci della gente che giudica il tradimento della donna ed il lettore si sente coinvolto e prova pena e tenerezza per una donna che ha peccato per amore.

la-lettera-scarlattaE’ abbastanza curioso che, per quanto sia restio a parlare eccessivamente di me stesso e dei miei affari accanto al caminetto e agli amici più intimi, per la seconda volta in vita mia, nel rivolgermi al pubblico, io abbia ceduto a un istinto autobiografico. La prima volta fu tre o quattro anni fa, quando gratificai il lettore, ingiustificabilmente e senza una ragione plausibile che il lettore indulgente o l’importuno scrittore potessero immaginare, di una
descrizione della vita che conducevo nella profonda quiete di un vecchio presbitero. E ora, poiché, malgrado le mie scarse doti quella volta fui così fortunato da trovare un paio d’ascoltatori, agguanto nuovamente il pubblico per il bavero della giacca per narrargli i miei tre anni di esperienza in un ufficio doganale. L’esempio del famoso “P.P., chierico di questa parrocchia” non fu mai seguito con maggior fedeltà. Pare dunque che la verità sia che, quando l’autore sparge i suoi fogli al vento, egli non si rivolga ai tanti che getteranno in disparte il suo libro per non interessarsene più, ma ai pochi che saranno in grado di capirlo meglio di quasi tutti i suoi compagni di scuola e di vita. Alcuni autori, del resto, si spingono ancora più in là, e si abbandonano a confidenze così profondamente rivelatrici che si dovrebbero fare, solo ed esclusivamente, all’unico cuore e spirito capaci di perfetta comprensione, come se il libro stampato, gettato allo sbaraglio nel vasto mondo, dovesse per forza trovare la parte disgiunta della natura dell’autore, e ne completasse l’esistenza ponendolo in intimo contatto con essa.
Anche parlando impersonalmente, però, non è decoroso dire tutto.
Giacché i pensieri, d’altra parte, restano gelati e incomunicabili, a meno che non si stabilisca una reciproca comprensione tra l’oratore e il pubblico, è ammissibile immaginare che un amico, cortese e perspicace, anche se non sia il più intimo, ci stia ad ascoltare: solo allora, vinta la naturale ritrosia da questa confortante consapevolezza, potremo discorrere di quel che accade attorno a noi, e addirittura di noi stessi, pur mantenendo velato il nostro Io più intimo. A queste condizioni ed entro questi limiti un autore può, secondo me, essere autobiografico, senza calpestare né i suoi diritti né quelli del lettore.

Si vedrà poi come questo schizzo della Dogana abbia un’attinenza, di una sorta che ha sempre avuto diritto di cittadinanza nella letteratura, con il resto del libro, perché spiega come la maggior parte delle pagine seguenti sia entrata in mio possesso e fornisce le prove dell’autenticità del racconto che contengono. E’ questo in realtà, e nessun altro, il vero motivo per cui mi metto personalmente in rapporto col pubblico: il desiderio di pormi nella mia vera veste di curatore, o poco più, del più prolisso dei racconti che costituiscono il mio libro. Nel seguire questo scopo principale mi è sembrato lecito dare, con pochi tocchi di mio pugno, un pallido ritratto di un genere di vita che finora non era mai stato descritto e di alcuni dei personaggi che ne fanno parte, uno dei quali s’è trovato a essere l’autore.
Nella mia città natale, Salem, si trovava cinquant’anni fa, ai tempi del vecchio King Derby, un molo pieno di movimento, ma che oggi è soffocato da magazzini di legno in rovina, e mostra pochi o nessun segno di vita commerciale, eccetto forse una goletta a palo o un brigantino attraccati a metà della sua malinconica lunghezza, che scaricano pelli; o, più vicino, una goletta della Nuova Scozia, che scarica legna da ardere; all’estremità, dico, di questo molo in rovina, che spesso la marea inonda, e lungo il quale, alla base e sul retro della fila di edifici, le tracce di molti noiosi anni si scorgono su un margine di stentate erbe, c’è una spaziosa costruzione di mattoni, dalle cui finestre anteriori si può ammirare questo poco allegro panorama e tutto il porto. Sul punto più elevato del tetto, esattamente per tre ore e mezzo ogni mattina, sventola o pende, col vento o la bonaccia, la bandiera della repubblica, ma con le tredici strisce disposte verticalmente invece che orizzontalmente, a indicare che il governo dello zio Sam ha destinato l’edificio a usi civili e non militari. La facciata si adorna di un portico di una mezza dozzina di pilastri di legno che reggono un terrazzo, sotto cui una rampa di ampi gradini di granito scende verso la strada. Sulla porta d’ingresso si protende un enorme esemplare dell’aquila americana con le ali spiegate, uno scudo sul petto e, se ricordo bene, un mazzo di saette mischiate assieme e di frecce acuminate in ciascun artiglio. Con l’abituale brutto carattere che distingue questo sfortunato volatile sembra che, con la ferocia insita nel becco e negli occhi e, nel complesso, con il suo atteggiamento truculento, minacci guai a tutta la pacifica comunità, e soprattutto pare che voglia avvertire ogni cittadino, al quale stia a cuore la propria incolumità, di non entrare nello stabile che essa protegge con l’ombra delle sue ali. Malgrado ciò, per rabbiosa che sembri, molti in questo stesso momento stanno cercando riparo sotto le ali dell’aquila federale, credendo, immagino, che il suo petto abbia la morbidezza e la comodità di un guanciale di piume di struzzo.

Ma anche nei momenti migliori l’aquila non è mai affettuosa, e presto o tardi, – e di solito più presto che tardi – finisce col gettar fuori la sua nidiata con un colpo dei suoi artigli, una beccata, o una dolorosa ferita delle sue frecce acuminate.

Da questo romanzo sono stati tratti parecchi film:
1926 – La lettera rossa, regia di Victor Sjöström, con Lillian Gish e Lars Hanson
1934 – The Scarlet Letter, regia di Robert G. Vignola, con Colleen Moore e Hardie Albright
1973 – La lettera scarlatta, regia di Wim Wenders, con Senta Berger
1995 – La lettera scarlatta, regia di Roland Joffé, con Demi Moore, Gary Oldman e Robert Duvall.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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