Gianni Rodari – Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie

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Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie scritto da Gianni Rodari, il maestro dei maestri. Fu pubblicato nel 1973, frutto degli “Incontri con la fantastica” che Rodari ebbe a Reggio Emilia nel marzo 1972 con insegnanti, bibliotecari e operatori culturali, divenuto un punto di riferimento, in Italia e all’estero, per quanti si occupano di educazione alla lettura e di letteratura per l’infanzia.

“L’incontro decisivo tra i ragazzi e i libri avviene sui banchi di scuola. Se avviene in una situazione creativa, dove conta la vita e non l’esercizio, ne potrà sorgere quel gusto della lettura col quale non si nasce perché non è un istinto. Se avviene in una situazione burocratica, se il libro sarà mortificato a strumento di esercitazioni (copiature, riassunti, analisi grammaticale eccetera), soffocato dal meccanismo tradizionale: «interrogazione-giudizio», ne potrà nascere la tecnica nella lettura, ma non il gusto. I ragazzi sapranno leggere, ma leggeranno solo se obbligati.”

Questo è un libro che tutti gli educatori, i creativi, i genitori e gli insegnanti dovrebbero leggere.
I bambini se ne fregano di politica, economia, a loro interessano le storie fantastiche e per un maestro questo è un’occasione per insegnare il linguaggio e coltivare la creatività, che secondo Rodari non è una qualità innata, ma può essere sviluppata, una mente creativa si dimostra utile per affrontare la vita.
“L’immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà ai suoi strumenti su tutti i tratti dell’esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma, all’uomo intero, e non solo al fantasticatore”

I bambini non devono essere solo fruitori, ma anche produttori di cultura, perché il processo creativo è insito nella natura umana e quindi alla portata di tutti. Rodari da all’immaginazione un posto nell’educazione, rivendica l’importanza. la fantasia contribuisce a disinibire la mente, a farla uscire dagli schemi precostituiti, non è un “ozioso divertimento” della nostra mente, come diceva Rodari stesso “Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un grande scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo!”

Il libro si articola in 45 brevi capitoli, riporto qualche spunto dei primi capitoli per far capire come si articola il libro.

1. ANTEFATTO

Rodari parla delle sue prime esperienze come insegnante alla fine degli anni Trenta e del suo incontro con i surrealisti francesi. In quegli anni, rimane particolarmente colpito da una frase di Novalis che dice “Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”. Di come inizia a raccontare ai bambini “storie senza il minimo riferimento alla realtà né al buonsenso” e ne appunta sul suo Quaderno di fantastica. dopo alcuni anni da giornalista, comincia a scrivere per i bambini e riprende in mano quel il suo Quaderno di fantastica, arricchendolo di nuovi spunti. Nel 1962 compone un Manuale per inventare favole, che pubblica in due puntate sul quotidiano romano Paese Sera. Seguono altre pubblicazioni sullo stesso tema. Nel 1972 viene invitato a Reggio Emilia per tenere un corso di una settimana a una cinquantina di insegnanti. Durante queste giornate, vengono registrate cinque conversazioni, che Rodari rielabora. Nasce così la Grammatica della Fantasia.

“Io spero che il libretto possa essere ugualmente utile a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. «Tutti gli usi della parola a tutti» mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.“

2. IL SASSO NELLO STAGNO

Rodari paragona la parola a un sasso gettato nello stagno. Come esso, una parola “gettata nella mente a caso” produce onde, ovvero provoca una serie infinita di reazioni a catena, che coinvolgono l’esperienza, la memoria, la fantasia e l’inconscio poiché la mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma la co-crea

“Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allungano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari […]. Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere”.

3. LA PAROLA “CIAO”

Dopo che Rodari aveva illustrato il metodo dell’acronimo a Reggio Emilia, una delle maestre presenti al corso ha chiesto ai suoi alunni di usarlo per inventare una storia partendo dalla parola “ciao”. Un bambino di cinque anni crea una storia in cui il protagonista si ammala perché riesce a dire solo parole cattive, finché non trova la bella parolina “ciao” che lo fa diventare buono.

“Un bimbo aveva perso tutte le parole buone e gli erano rimaste quelle brutte: merda, cacca, stronzo, eccetera.
Allora la sua mamma lo porta da un dottore, che aveva i baffi lunghi così, e gli dice: – Apri la bocca, fuori la lingua, guarda in su, guarda in dentro, gonfia le guance.
Il dottore dice che deve andare a cercare in giro una parola buona. Prima trova una parola così (il bambino indica una lunghezza di circa venti centimetri) che era “uffa”, che è cattiva. Poi ne trova una lunga così (circa cinquanta centimetri) che era “arrangiati”, che è cattiva. Poi trova una parolina rosa, che era “ciao”, se la mette in tasca, la porta a casa e impara a dire le parole gentili e diventa buono.»”

4. IL BINOMIO FANTASTICO

Se nel secondo capitolo Rodari dà l’impressione che basti una sola parola per ispirare una storia, in questo capitolo precisa che in realtà ne servono due. “La parola singola agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare. Non c’è vita, dove non c’è lotta.”

Il procedimento più semplice per create tra loro un rapporto è quello di collegarle con una preposizione articolata. Otteniamo così diverse figure:
il cane con l’armadio,
l’armadio del cane,
il cane sull’armadio,
il cane nell’armadio,
eccetera.

1. «Un cane passa per la strada con un armadio sulla groppa. E’ la sua cuccia, cosa ci volete fare. Se la porta sempre dietro, come fa la chiocciola con il suo guscio. Il seguito ad libitum.

2. “L’armadio del cane” mi sembra, più che altro, un’idea per architetti, designers, arredatori di lusso. E’ fatto per contenere il cappottino del cane, la serie delle museruole e dei guinzagli, le pantofole antigelo, il salvacoda con nappine, gli ossi di gomma, i gatti finti, la guida della città (per andare a prendere il latte, il giornale e le sigarette al padrone). Non ho idea che contenga anche una storia.

1. ANTEFATTO
Nell’inverno 1937-38, in seguito alla raccomandazione di una maestra, moglie di un vigile urbano, venni assunto per insegnare l’italiano ai bambini in casa di ebrei tedeschi che credevano – lo credettero per pochi mesi – di aver trovato in Italia un rifugio contro le persecuzioni razziali. Vivevo con loro, in una fattoria sulle colline presso il lago Maggiore. Con i bambini lavoravo dalle sette alle dieci del mattino. Il resto della giornata lo passavo nei boschi a camminare e a leggere Dostoevskij. Fu un bel periodo, fin che durò. imparai un po’ di tedesco e mi buttai sui libri di quella lingua con la passione, il disordine e la voluttà che fruttano a chi studia cento volte più che cento anni di scuola.
Un giorno, nei “Frammenti” di Novalis (1772-1801), trovai quello che dice: «Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare». Era molto bello. Quasi tutti i “Frammenti” di Novalis lo sono, quasi tutti contengono illuminazioni straordinarie.
Pochi mesi dopo, avendo incontrato i surrealisti francesi, credetti di aver trovato nel loro modo di lavorare la «Fantastica» di cui andava in cerca Novalis. E’ ben vero che il padre e profeta del surrealismo aveva scritto, fin dal primo manifesto del movimento: «Le future tecniche surrealiste non mi interessano». Ma intanto i suoi amici scrittori e pittori, di quelle tecniche, ne avevano inventate un bel po’. Io allora, ripartiti i miei ebrei in cerca di un’altra patria, insegnavo nelle scuole elementari. Dovevo essere un pessimo maestro, mal preparato al suo lavoro e avevo in mente di tutto, dalla linguistica indo-europea al marxismo (il cavalier Romussi, direttore della Biblioteca civica di Varese, benché il ritratto del duce fosse bene in vista sopra la sua scrivania, mi consegnò sempre senza batter ciglio qualsiasi libro di cui gli avessi fatto regolare richiesta); avevo in mente di tutto fuor che la scuola. Forse, però, non sono stato un maestro noioso. Raccontavo ai bambini, un po’ per simpatia un po’ per la voglia di giocare, storie senza il minimo riferimento alla realtà né al buonsenso, che inventavo servendomi delle «tecniche» promosse e insieme deprecate da Breton.
Fu in quel tempo che intitolai pomposamente un modesto scartafaccio “Quaderno di Fantastica”, prendendovi nota non delle storie che raccontavo, ma del modo come nascevano, dei trucchi che scoprivo, o credevo di scoprire, per mettere in movimento parole e immagini.
Tutto questo fu poi a lungo dimenticato e sepolto, fino a quando, quasi per caso, intorno al ’48, cominciai a scrivere per i bambini. Allora anche la «Fantastica» mi tornò in mente ed ebbe gli sviluppi utili a quella nuova e imprevista attività. Solo la pigrizia, una certa riluttanza alla sistematicità e la mancanza di tempo mi impedirono di parlarne in pubblico fino al 1962, quando pubblicai nel quotidiano romano «Paese Sera» un “Manuale per inventare favole” in due puntate (9 e 19 febbraio).
In quegli articoli prendevo una rispettosa distanza dalla materia, immaginando di aver ricevuto, da un giovane studioso giapponese conosciuto a Roma durante le Olimpiadi, un manoscritto contenente la traduzione inglese di un’operetta che sarebbe stata pubblicata a Stoccarda, nel 1912, dalla Novalis-Verlag, autore un improbabile Otto Schlegel-Kamnitzer, titolo: “Grundlegung zur Phantastik – Die Kunst Maerchen zu schreiben”, ovvero: “Fondamenti per una Fantastica – L’arte di scrivere fiabe”. Nella cornice di questa non originalissima finzione esponevo, tra il serio e il burlesco, alcune semplici tecniche d’invenzione: le stesse che poi, per anni, sono andato divulgando in tutte le scuole dove sono stato a raccontare storie e a rispondere alle domande dei bambini. C’è sempre il bambino che domanda, per l’appunto: «Come si fa a inventare le storie?» e merita una risposta onesta.
Ho ripreso l’argomento, in seguito, nel «Giornale dei genitori», per suggerire ai lettori la maniera di farsi da soli le «storie della buona notte» (“Che cosa succede se il nonno diventa un gatto”, dicembre 1969; “Un piatto di storie”, gennaio-febbraio 1971; “Storie per ridere”, aprile 1971).
Pare brutto, allineare tante date. A chi possono mai interessare? Eppure mi piace poterle disporre una dopo l’altra, come se fossero importanti. Il lettore faccia conto che io stia giocando a quel gioco che la psicologia transazionale chiama «Guarda, mamma, come vado bene senza mani!» E’ sempre così bello vantarsi di qualcosa…
Dal 6 al 10 marzo del 1972 a Reggio Emilia, su invito del comune, ebbi una serie di incontri con una cinquantina di insegnanti delle scuole per l’infanzia (ex materne), elementari e medie, e presentai in forma, per così dire, conclusiva e ufficiale, tutti i miei ferri del mestiere.
Tre cose mi faranno ricordare quella settimana come una delle più belle della mia vita. La prima è che il manifesto fatto affiggere per l’occasione dal comune annunciava in tutte lettere “Incontri con la Fantastica” e io potei leggere sui muri stupefatti della città quella parola che mi faceva compagnia da trentaquattro anni. La seconda è che nello stesso manifesto si avvertiva che le «prenotazioni» erano limitate «a cinquanta»: un numero maggiore di presenti, ovviamente, avrebbe trasformato gli incontri in conferenze, che non sarebbero state utili a nessuno; ma l’avvertimento sembrava esprimere il timore che folle incontenibili muovessero, al richiamo della «Fantastica», all’assalto della sala ricavata dall’ex palestra dei pompieri, ornata di colonne di ferro dipinte di violetto, in cui si teneva il convegno. Questo era emozionante. La terza ragione di felicità, la più sostanziosa, risiede nella possibilità che mi fu data di ragionare a lungo e sistematicamente, con il controllo costante della discussione e della sperimentazione, non solo sulla funzione dell’immaginazione e sulle tecniche per stimolarla, ma sul modo di comunicare a tutti quelle tecniche, per esempio di farne uno strumento per l’educazione linguistica (ma non soltanto…) dei bambini.
Alla fine di quel «breve corso» mi trovai il testo di cinque conversazioni, grazie al registratore che le aveva raccolte e alla pazienza di una dattilografa.
Il libretto che presento ora non è che una rielaborazione delle conversazioni di Reggio Emilia. Non rappresenta – sarà ora il caso di precisarlo – né il tentativo di fondare una «Fantastica» in tutta regola, pronta per essere insegnata e studiata nelle scuole come la geometria, né una teoria completa dell’immaginazione e dell’invenzione, per la quale ci vorrebbero ben altri muscoli e qualcuno meno ignorante di me. Non è nemmeno un «saggio». Non so bene che cosa sia, in effetti. Vi si parla di alcuni modi di inventare storie per bambini e di aiutare i bambini a inventarsi da soli le loro storie: ma chi sa quanti altri modi si potrebbero trovare e descrivere. Vi si tratta solo dell’invenzione per mezzo delle parole e si suggerisce appena, ma senza approfondire, che le tecniche potrebbero facilmente essere trasferite in altri linguaggi, dal momento che una storia può essere raccontata da un narratore singolo o da un gruppo, ma può anche diventare teatro o canovaccio per una recita di burattini, svilupparsi in fumetto, in film, venire incisa su un registratore e mandata agli amici; potrebbero, quelle tecniche, entrare in ogni sorta di giochi infantili, ma su questo punto è detto ben poco.
Io spero che il libretto possa essere ugualmente utile a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola. «Tutti gli usi della parola a tutti» mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.


Autore

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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