Andrea Vitali – Nessuno scrive al Federale. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò

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Nessuno scrive al Federale. I casi del maresciallo Ernesto Maccadò, un romanzo di Andrea Vitali, pubblicato il 29 ottobre 2020 da Garzanti. Torna in scena il maresciallo Ernesto Maccadò che nel paese in cui è stato inviato insieme alla sua Maristella come fossero due marziani, ora si sente sempre più a casa, soprattutto con l’arrivo del primo figlio. Ma Bellano, visto da così vicino, è tutt’altro che un luogo tranquillo. E non è facile scacciare il pensiero che vi regni una certa follia.

“La mattina di venerdì 11 ottobre 1929 però si trovò per le mani una lettera che gli pose un serio problema. Era una busta intestata, proveniente dalla Federazione provinciale del fascio, indirizzata al segretario Caio Scafandro. Che fare?, si chiese il procaccia. Perdere l’intera mattinata per raggiungere a piedi l’abitato di Dervio, dove sapeva che lo Scafandro, capomastro dell’impresa edile Calcarena, stava seguendo certi lavori, e così obbedire alla direttiva del Bagnarelli, oppure…
Dopo aver ragionato un istante, Erminio Fracacci decise.”

Le rive del lago di Como sono punteggiate di paesi e paesini accomodati ai piedi delle montagne dove non succede granché. Tranne a Bellano. Nell’ultimo anno e mezzo circa, il Federale del fascio ha dovuto sostituire già due segretari della sezione locale del partito. Il primo a saltare è stato Bortolo Piazzacampo, detto Tartina, per una vicenda legata alle bizzarrie di un toro chiamato Benito in cui il Tartina si è distinto per insipienza. Il secondo è stato Aurelio Trovatore, che ha deciso di accasarsi in quel di Castellanza preferendo l’amore al destino fatale della patria fascista. Ora ha nominato tale Caio Scafandro, un pezzo d’uomo che usa le mani larghe come badili per far intendere le proprie ragioni. Avrà la forza d’animo, visto che quella fisica non difetta, per mantenere l’incarico? Perché nel passato dello Scafandro qualche fantasma c’è. E più di uno lo sa. Basterebbe una parolina sussurrata all’orecchio del Federale e anche il terzo segretario del fascio di Bellano farebbe la fine dei precedenti. Per questo, lo Scafandro ha preso le sue contromisure senza preoccuparsi di sconfinare in quel territorio dell’illegalità presidiato dalle forze dell’ordine. E lì appunto si trova il maresciallo Ernesto Maccadò. Fresco padre di Rocco, il suo primogenito, la mattina del 20 novembre 1929 il maresciallo scampa per un pelo a una disgrazia per via di un oggetto metallico scaraventato giù in contrada da un potenziale assassino. E chi sarà mai quell’imbecille?

“Quali notizie erano giunte da Como con quella lettera?
L’intestazione della busta solleticava la curiosità, dava i brividi. Lettere siffatte non capitavano tutti i giorni, spesso contenevano direttive che giungevano dai vertici del Partito. Chissà cosa s’erano inventati laggiù, a Roma capitale del mondo, così che anche dai confini del Regno si potesse percepire di appartenere a un corpo e un’anima sola! Fusagna Carpignati aveva, obtorto collo, accettato la regola numero due dello Scafandro. Ma non poteva dimenticare di essere l’anima femminile del fascio. Ragione per la quale, ricevuta e poi consegnata la busta al segretario, forte del suo diritto gli sottopose la domanda.
Quali novità?”

Anche se è uscito da poco si trovano già un bel po’ di recensioni e sono tutto positive. Apprezzata la scrittura ironica e divertente di Vitali, che cuce sempre una storia stravagante e misteriosa, però piacevole. Non resta che leggerlo e fare noi una nostra recensione.

“Quella lettera gli aveva rinfrescato la memoria, le parole che il Federale gli aveva detto. Il balletto dei segretari, la precaria serietà della sezione… Ci mancava che toccasse a lui la stessa sorte che aveva colpito i suoi predecessori.”

PROLOGO

Cielo stellato, aria ferma e fredda, poche ancora le luci.
Non poteva che essere così a novembre. 20 novembre 1929 per l’esattezza, le sei suonate da poco.
Il maresciallo Ernesto Maccadò uscì dalla latteria sociale di Bellano sita in via Plinio, primo cliente, salutato dal consueto augurio, «Buon pro ci faccia», pronunciato dalle labbra screpolate del casaro Lupatoti. L’incongruo «ci» del Lupatoti aveva quale bersaglio il novello e primo nato della famiglia Maccadò, Rocco. Ragione per la quale il Maccadò da un paio di settimane si alzava ben prima dell’alba cercando di fare meno rumore possibile e scarpinava fino alla latteria per acquistare un litro di latte fresco di mungitura con nel pensiero la goduria che gli avrebbe dato di lì a poco più di un’ora il neonato quando, alle sette minuto più minuto meno, si sarebbe svegliato col sorriso sulle labbra.
Sorrideva quasi sempre, anche nel sonno, manco già sapesse quanto lui e Maristella l’avevano desiderato, ed era un piacere vedere le gote che si gonfiavano e gli occhi che indagavano tutto intorno.
Pure tenerlo in braccio tenerello com’era e sentire il profumo di sonno che usciva da quella pelle di uccellino dava al Maccadò una sensazione di umidore agli occhi. Ma l’emozione più intensa il maresciallo la provava quando lo vedeva ciucciare. “Mangia a papà”, pensava guardandolo. E il piccolo, quasi sentisse, mica se lo faceva ripetere. Anzi, era per quello che Ernesto Maccadò, fresco padre prima ancora che maresciallo dell’Arma, aveva inaugurato quelle uscite antelucane. Perché l’appetito del figlio s’era quasi subito rilevato se non proprio inestinguibile, quasi. Nel senso che, per quanto non le mancasse, pochi giorni dopo il parto s’era acclarato che il latte che Maristella poteva fornirgli non bastava a coprire la richiesta. Quindi s’era reso necessario correre ai ripari e il Maccadò non aveva voluto sentire storie: nessuna balia, nessuna servetta ne avrebbe preso il posto. Lui, invece, così da poter costruire già un minuscolo ma solido ricordo che negli anni a venire avrebbe condiviso non solo col piccolo Rocco ma anche con gli altri figli che sarebbero arrivati.
A quella serena convinzione s’erano poi aggiunti altri fugaci piaceri dopo le prime uscite.
Da giorni per esempio un vento che tratteneva la sua forza per forse sfogarla più avanti manteneva limpido il cielo perfezionandone la profondità e i profili delle montagne fin nei minimi particolari, così che la passeggiata offriva al Maccadò più di una ragione per apprezzare il luogo. Ma gli piaceva anche incrociare persone che al pari di lui erano pronte per il lavoro o dal lavoro tornavano, come gli operai del cotonificio che uscivano dal turno di notte. Non gli dispiaceva che vedessero un maresciallo già attivo a quell’ora ancora buia. E pure l’augurio del casaro aveva cominciato a suonargli bene all’orecchio tale e quale a quella mattina quando, appena uscito col solito litro di latte in mano, s’era avviato lungo via Plinio. Ma una volta giunto all’angolo con via Manzoni si fermò.
C’era qualcosa nell’aria, e annusò.
Dal forno dei fratelli Scaccola giungeva il profumo di pane appena sfornato e non era una novità. Novità semmai era quell’altro profumo che a folate copriva quello ben noto delle michette fresche e che infine, col naso in aria a mo’ di cane, il Maccadò individuò essere quello del pane con le uvette. Lo colse il pensiero che poco dopo, al sorriso del figlio, avrebbe potuto aggiungere anche quello di Maristella se le avesse portato per colazione uno di quei pani. Quindi, anziché prendere per via Boldoni e dirigere verso casa, deviò in via Manzoni per raggiungere via Porta dove il forno era quasi sempre in diuturna attività.
Non aveva fatto che pochi passi, poco oltre la drogheria delle sorelle Squisizia, quasi all’altezza della bottega del ciabattino Nottola, quando, uscita dal buio, dopo aver toccato terra con un rumore di ferraglia, tra i piedi gli rotolò qualcosa che andò a fermarsi poco oltre.
Il Maccadò volse gli occhi in alto senza vedere altro che la striscia di cielo tra i tetti delle case che si fronteggiavano nella contrada. Solo dopo si mosse per vedere cosa diavolo fosse l’oggetto piovuto dal buio e lo raccolse.
Una sveglia? Sulle prime non se ne capacitò ma dovette farlo una volta che l’ebbe raccolta, poiché proprio di una sveglia si trattava.
Con quella in mano, anziché il pane con le uvette, e chiedendosi chi fosse l’imbecille che l’aveva lanciata, si diresse verso casa.


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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