Cecelia Ahern – P.S. I love you (Recensione)

0

P.S. I love you è un romanzo scritto da Cecelia Ahern, fu pubblicato nel 2004, narra di una storia d’amore che va oltre la vita, un viaggio attraverso il dolore per ritrovare la voglia di vivere e riscoprire se stessi. Nel 2019 è stato pubblicato il seguito “Il club P.S. I love you“.

“Gerry se ne era andato per sempre… non si sarebbe più fatta consolare dal suo abbraccio di ritorno dal lavoro, non avrebbe più condiviso il letto con lui, ma più riso con lui fino ad avere il mal di pancia… Le restavano solo i ricordi, tanti, e l’immagine del suo viso, che andava sbiadendo di giorno in giorno”

Alcune persone aspettano tutta la vita per trovare la loro anima gemella. Ma non Holly e Gerry. Innamorati dall’infanzia, potevano finire le frasi l’uno dell’altro e anche quando litigavano ridevano. Nessuno poteva immaginare Holly e Gerry senza l’altro, insomma sono una di quelle coppie giovani e belle che vivono in simbiosi. Fino a quando non accade l’impensabile. La morte di Gerry devasta Holly che si ritrova vedova a soli ventinove anni, ha l’impressione che la sua vita non abbia più senso. È anche arrabbiata, si sente tradita, lui – suo marito, amante, miglior amico, la sua roccia – aveva promesso di non lasciarla mai, come può farcela da sola, ora? Ma Gerry ha previsto il suo dolore e trova il modo di aiutarla.
Mentre il trentesimo compleanno di Holly si avvicina, Gerry torna da lei, trova il modo di farle avere una lettera ogni mese dopo la sua morte, con un messaggio per ritrovare la voglia di vivere, guidandola dolcemente nella sua nuova vita senza di lui, chiudendo ogni lettera con un dolcissimo P.S. I love you.
Le lettere spingono Holly ad aprirsi al domani ed anche con l’aiuto dei suoi amici e della sua famiglia rumorosa e amorevole, Holly si ritrova a ridere, piangere, cantare, ballare e ad essere più coraggiosa che mai.

Sì, adesso riusciva a trascinarsi ogni mattina giù dal letto. Sì, era riuscita a trovarsi un lavoro e aveva conosciuto tanta gente nuova. E sì, aveva ricominciato a comprarsi del cibo e a nutrirsi. Doveva provare entusiasmo per tutto questo? Non erano altro che formalità, voci da spuntare nell’elenco delle “cose che fa la gente normale”. Niente colmava il vuoto nel suo cuore. Il suo corpo era diventato un enorme puzzle, un po’ come i campi verdi con i muretti ordinati che aveva visto il giorno prima dal finto cellulare della polizia. Aveva cominciato a lavorare sugli angoli e sui bordi perché erano le parti più facili, ma adesso che li aveva completati doveva affrontare il centro, la parte più dura. E niente di quello che aveva fatto finora era riuscito a riempire quel buco nel cuore: una tessera del puzzle sembrava perduta per sempre.

Ho letto questo libro parecchi anni fa, forse dieci, non ricordo bene, ma è uno dei pochi libri che ricordo abbastanza bene ed è tra i miei preferiti del genere rosa. Ho dato una rilettura veloce per poter fare questa recensione constatando quanto mi sia rimasto nel cuore e confermando quanto mi sia piaciuto. Una scrittura scorrevole, ma non piatta, vi è anche una buona ricerca delle parole utilizzate che raramente ritrovo in questo genere di libri. Sono subito entrata in empatia con la protagonista, amando anch’io il suo Gerry che, anche se morto, resta il vero protagonista della storia, un uomo come tanti, sbadato e disordinato, ma che dimostra di essere profondo e grande osservatore nel momento in cui la sua compagna ha più bisogno di lui. Non è sicuramente la classica storiella da romanzo rosa anche se di amore si parla, qui l’amore si allarga, muta e sopravvive agli eventi della vita.

“Ho scritto questo romanzo quando avevo 21 anni e stavo vivendo un momento difficile della mia vita. Mi ero appena laureata, stavo mettendo in dubbio la mia identità e la mia direzione, e come ho sempre fatto e faccio ancora, mi sono rivolta alla scrittura come forma di liberazione. Avevo paura di perdere le persone che amavo e speravo che se si fosse verificata quella terribile perdita straziante, avrei potuto trovare un modo per continuare la mia comunicazione con le persone che amavo anche dopo la loro morte.”  Cecelia Ahern

Dal romanzo è stato tratto l’omonimo film uscito nel 2007, diretto da Richard LaGravenese, con protagonisti Hilary Swank e Gerard Butler.

1

Holly affondò il viso nel golf di cotone blu e il profumo familiare fu come uno schiaffo, un dolore insopportabile che le serrò lo stomaco e le lacerò il cuore. Aghi e spilli le trafissero la nuca e il nodo in gola minacciò di soffocarla. Fu sopraffatta dal panico. A parte il ronzio del frigorifero e il gemito dello scaldabagno, la casa era immersa nel silenzio. Sola! La bile le salì in gola e lei corse in bagno, dove cadde in ginocchio davanti alla tazza del water.
Gerry se n’era andato per sempre. Ecco come stavano le cose. Non avrebbe mai più passato le dita tra i suoi capelli setosi, mai più scambiato uno sguardo complice da una parte all’altra del tavolo a cena, non si sarebbe mai più fatta consolare dal suo abbraccio di ritorno dal lavoro, non avrebbe più condiviso il letto con lui, più aperto gli occhi al mattino svegliata dalla sua crisi di starnuti, mai più riso con lui fino ad avere mal di pancia, mai più litigato per chi doveva alzarsi a spegnere la luce della camera da letto. Le restavano solo i ricordi, tanti, e l’immagine del suo viso, che andava sbiadendo di giorno in giorno.
Avevano avuto un unico, semplicissimo progetto: restare insieme per tutta la vita, un progetto che i loro amici avevano reputato realizzabile. Erano due tipiche anime gemelle, ecco l’opinione generale. E invece un bel giorno il destino aveva subdolamente cambiato idea.
La fine era arrivata anche troppo presto. Dopo essersi lamentato per qualche giorno di un persistente mal di testa, Gerry aveva ascoltato il consiglio di Holly e si era fatto vedere dal medico. Era un mercoledì nell’intervallo di pranzo. Avevano pensato che si trattasse di stress o stanchezza, e si erano detti che alla peggio avrebbe avuto bisogno degli occhiali. Gerry era quasi scioccato all’idea di avere bisogno delle lenti. Ma si era preoccupato inutilmente, perché il problema non erano gli occhi: era il tumore che gli stava crescendo nel cervello.

Holly tirò lo sciacquone, rabbrividì per il freddo che saliva dal pavimento di piastrelle e si alzò in piedi tutta tremante. Gerry aveva trent’anni. Non era l’uomo più sano di questa terra, ma stava abbastanza bene per… be’, per vivere una vita normale. Quando aveva cominciato a stare veramente male, aveva scherzato coraggiosamente su come si era sempre comportato in modo coscienzioso, mentre invece avrebbe dovuto drogarsi, ubriacarsi, viaggiare molto di più, saltare giù dagli aeroplani facendosi la ceretta alle gambe… una lista quasi infinita. Oh, lui scherzava, ma Holly vedeva il rimpianto nei suoi occhi: il rimpianto per tutte le cose che non aveva mai trovato il tempo di fare, i luoghi che non aveva mai visto, il futuro e le esperienze che non avrebbe mai vissuto. Rimpiangeva anche la loro vita insieme? Holly sapeva che lui l’amava, ma forse Gerry adesso pensava di aver perso del tempo prezioso, con lei.
Tutt’a un tratto per Gerry la vecchiaia non era più stata una temuta ineluttabilità, ma qualcosa cui anelare. Da bravi giovani pieni di presunzione, non l’avevano mai considerata una conquista e una sfida: quanto volentieri avrebbero fatto a meno d’invecchiare, quando erano ancora entrambi sani!
Piangendo grosse lacrime salate, Holly fece il giro della casa. Aveva gli occhi rossi e doloranti, e la notte sembrava non finire mai. Non trovò sollievo in nessuna stanza: fissava i mobili, e in risposta riceveva solo un silenzio ostile. Si aspettava quasi che il divano le tendesse le braccia, ma persino quello la ignorò.
Gerry non sarebbe stato contento di lei, pensò. Respirò a fondo, si asciugò gli occhi e cercò di recuperare un po’ del suo abituale buon senso. Gerry non sarebbe stato per nulla contento.

Dopo un’intera notte di pianto, Holly aveva gli occhi pesti e gonfi. Come sempre in quelle ultime settimane, era caduta in un sonno agitato alle prime ore del mattino. Al risveglio si ritrovava distesa scomodissimamente su qualche pezzo d’arredamento. Quel giorno era toccato al divano, e fu la telefonata di qualcuno in pensiero per lei a scuoterla dal sonno. Probabilmente pensavano che dormisse tutto il tempo. Dov’erano le loro telefonate quando lei vagava irrequieta per casa come uno zombie, andando di stanza in stanza alla ricerca di… che cosa? Già: di che cosa?
“Pronto”, rispose assonnata. Aveva la voce roca per il pianto, ma da un pezzo ormai non si preoccupava più di fingersi coraggiosa a beneficio degli altri. Il suo migliore amico se n’era andato e nessuno voleva capire che non c’era cosmetico, aria fresca o shopping in grado di riempire il buco nel suo cuore.
“Oh, cara, scusa tanto, ti ho svegliata?” chiese la voce preoccupata della madre. La chiamava ogni mattina, per sapere se era sopravvissuta alla nottata da sola. Era timorosa di svegliarla, ma sollevata di sentirla. E quando sapeva che sua figlia aveva sconfitto i fantasmi della notte, tirava un sospiro di sollievo.
“Non fa niente, stavo solo sonnecchiando.” Sempre la stessa risposta.
“Declan e tuo padre sono usciti e ho pensato a te, piccola.”
Perché quella voce tranquillizzante e comprensiva le faceva venire ogni volta le lacrime agli occhi? Poteva quasi vedere la faccia preoccupata della mamma, la fronte corrugata. Ma non si sentiva affatto meglio: tutto questo le ricordava perché si agitavano tanto per lei, e perché non era giusto che lo facessero. Tutto sarebbe dovuto restare normale, con Gerry accanto a lei che roteava gli occhi cercando di farla ridere mentre Elizabeth, la madre, cicalava nel ricevitore. Quando non riusciva più a trattenersi, gli passava il telefono in fretta e furia e lui continuava a chiacchierare come se niente fosse, mentre lei per vendetta saltellava attorno al letto esibendosi in strane facce e buffi balletti. Ma non funzionava mai.
Partecipò alla conversazione con degli “mmm” e degli “ah”, senza realmente ascoltare. “È una bella giornata, Holly. Ti farebbe proprio bene uscire un po’. Respirare una boccata d’aria fresca.”
“Mmm.” Rieccola, l’aria fresca: la risposta a tutti i suoi problemi.
“Potrei passare da te più tardi per fare due chiacchiere.”
“No, grazie, mamma, sto benissimo così.”
Silenzio.
“Bene, come vuoi tu… Fammi uno squillo se cambi idea. Oggi sono libera.”
“Okay.” Ancora silenzio. “Grazie comunque.”
“Figurati… Abbi cura di te, tesoro.”
“Lo farò.” Holly stava per riappendere, quando Elizabeth aggiunse qualcosa.
“Oh, Holly, stavo quasi per dimenticarmene. C’è ancora qui quella busta per te. È sul tavolo della cucina. Forse ti conviene venirla a prendere. È qui da settimane, ormai, e potrebbe essere importante.”
“Non credo proprio. Sarà un altro biglietto di condoglianze.”
“Non mi sembra, tesoro. In alto a sinistra dice… Aspetta che vado a prenderla.”
Il rumore secco della cornetta che veniva appoggiata, quello dei tacchi sulle piastrelle della cucina, la sedia che strisciava sul pavimento, i passi che tornavano, la cornetta che veniva di nuovo impugnata…
“Sei ancora lì?”
“Già.”
“Ecco, dice ‘La Lista’. Forse viene dall’ufficio, tesoro. Secondo me vale la pena di dare un’occh…”
Holly riappese.

 


Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

Scrivi un commento

Pin It on Pinterest