Robert Louis Stevenson – Il ladro di cadaveri (Il trafugatore di salme)

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Il ladro di cadaveri (o Il trafugatore di salme) è un racconto gotico scritto da Robert Louis Stevenson, pubblicato nel 1884 su una rivista letteraria. Un cimitero di campagna, una notte di tempesta, due anime corrotte e un fantasma assetato di vendetta.

“La materia prima per gli anatomisti continuava, in quella classe numerosa e attiva, a esaurirsi, e l’attività che si rendeva perciò necessaria non era solo sgradevole in sé, ma minacciava anche di serie conseguenze tutti coloro che vi avevano a che fare. La politica del signor K. era di non fare domande nelle trattative di affari. «Loro portano il corpo e noi paghiamo il prezzo», soleva dire, citando l’allitterazione quid pro quo.”

Un fatto di cronaca realmente avvenuto nella Londra dell’Ottocento, si trasforma in questo oscuro racconto gotico. L’articolo pubblicato sul West Port murders, nel 1828, narra che ad Edimburgo vi era un medico chirurgo il dottor Knox che insegnava anatomia e si avvaleva della vivisezione dei cadaveri, si trattava di uomini uccisi in prigione o erano prelevati illegalmente dai cimiteri dove erano stati appena sepolti. Il dottore pagava sia i parenti dei defunti, sia i trafugatori dei cadaveri; ne aveva due di fiducia: Burke ed Hare che gli procuravano sempre cadaveri in ottimo stato.

“… Il suo sguardo si posò sul viso della morta ed egli sussultò: fece qualche passo avanti, per illuminarla con la candela: ‘Gran Dio!’ Esclamò. «Questa è Jane Galbraith!»
Gli uomini non risposero e si avvicinarono alla porta. «Ma la conosco, vi dico», continuò. «Ieri era viva e vegeta. È impossibile che sia morta; è impossibile che abbiate potuto prendere già il suo corpo.»”

Questa storia racconta di Wolfe Mac Farlane, noto medico londinese, che incontra dopo molti anni Donald Fettes, suo studente, che lo aveva aiutato a procurarsi cadaveri per esperimenti scientifici illeciti.
In un lungo flashback Fettes racconta agli amici tutta la vicenda, di quando MacFarlane e Fettes si occupano di ricevere i cadaveri destinati al sezionamento a nome del famoso professore di anatomia Robert Knox. Un giorno, Fettes scopre che il cadavere che gli è stato recapitato è quello di una prostituta che lui ha incontrato nelle ore precedenti, e vedendo segni di violenza sul suo corpo, capisce che è stata assassinata. MacFarlane lo persuade a non denunciare il fatto, perché sarebbero entrambi implicati nel crimine. Il traffico di salme continua fino a quando i due giovani assistenti, in una terribile notte di pioggia, prelevano un cadavere appena deceduto in un cimitero di campagna e, nel trasportarlo in città, si trovano in un’esperienza soprannaturale che li farà sprofondare nell’orrore, un orrore che ha portato Fettes a scoprire di non doversi preoccupare solo di evitare il carcere, ma anche di sfuggire alla vendetta dei morti, una vendetta da consumarsi fredda come i cadaveri di innocenti, stesi ogni notte sul tavolo settorio. Fettes abbandona sia gli studi di medicina, sia le due persone che l’avevano coinvolto in quell’ignobile attività e cercherà con l’aiuto del rum di lasciarsi alle spalle l’orribile passato.

“Una paura senza nome si avvolgeva intorno al corpo di Fettes come un sudario bagnato, e gli tendeva la pelle bianca del viso; un terrore senza significato, l’orrore di ciò che non poteva essere, gli saliva al cervello.”

E’ un racconto breve, circa 35 pagine, scorrevole e piacevole, lo stile e le atmosfere ricordano il suo romanzo più famoso Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Fa cornice al racconto il famoso il cimitero di Glencross a nove miglia da Edimburgo, molto importante e citato in altre sue opere dallo scrittore, infatti lo aveva scelto come dimora e scrisse ad un suo amico di pregare per lui proprio in quel luogo.

Tutte le sere dell’anno, nella saletta del George a Debenham, c’eravamo noi quattro: l’impresario di pompe funebri, l’oste, Fettes e io. A volte c’era anche qualcun altro; ma, vento, pioggia, neve o grandine che fosse, noi quattro eravamo sprofondati ognuno nella sua poltrona particolare. Fettes era un vecchio scozzese ubriacone, ed evidentemente un uomo istruito e con qualche proprietà, dato che viveva da ignavo.
Era arrivato a Debenham anni prima, ancora giovane, e poiché aveva continuato a viverci ne era diventato cittadino d’adozione. Il suo pastrano di cammello blu era un monumento locale quanto il campanile della chiesa. A Debenham erano diventati tradizione la sua presenza nel salotto del George, l’assenza dalla chiesa, l’intemperanza e i vizi radicati e disdicevoli. Aveva vaghe opinioni radicali e fugaci infedeltà, che di quando in quando asseriva e rafforzava picchiando sul tavolo un palmo tremulo. Beveva rum, tutte le sere regolarmente cinque bicchieri; e se ne stava seduto, col bicchiere nella mano destra, in uno stato di malinconica saturazione alcolica, per la maggior parte della serata. Lo chiamavamo dottore
perché pareva avere particolari conoscenze di medicina e, a volte, solo per farsi offrire da bere, riduceva una frattura o una lussazione; ma, al di là di questi dettagli vaghi, non sapevamo nulla del suo carattere e dei suoi precedenti. Una scura notte d’inverno — erano scoccate da un po’ le nove quando l’oste si unì a noi — al George ci fu un malato, un grosso proprietario dei dintorni colpito all’improvviso da apoplessia sulla strada per il Parlamento; e si telegrafò per far accorrere al capezzale del grand’uomo il suo ancor più grande dottore di Londra. Era la prima volta che accadeva una cosa del genere a Debenham, perché la ferrovia era entrata in funzione da poco; eravamo tutti adeguatamente eccitati.
«È arrivato» disse l’albergatore, dopo aver riempito e acceso la pipa.
«Chi?», dissi io. «… non il dottore?»
«In persona» rispose il nostro oste.
«Come si chiama?»
«Dottor Macfarlane», disse l’albergatore.
Fettes stava per finire il terzo bicchiere, era instupidito, di tanto in tanto gli ricadeva il capo o fissava perplesso intorno a sé; ma all’ultima parola sembrò svegliarsi, e ripetè il nome
«Macfarlane» due volte, abbastanza tranquillamente la prima, la seconda volta con un’emozione improvvisa.
«Sì», disse l’oste, «quello è il nome: dottor Wolfe Macfarlane.»
Fettes tornò sobrio all’istante; spalancò gli occhi, la voce gli divenne chiara, forte e ferma, la parlata efficace e decisa.
La trasformazione stupì tutti, come se un uomo fosse resuscitato dai morti.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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