Tracy Chevalier – La ragazza con l’orecchino di perla

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La ragazza con l’orecchino di perla è un romanzo storico scritto da Tracy Chevalier, pubblicato nel 1999.
Una storia affascinate che prende ispirazione dal quadro “La ragazza col turbante” del pittore olandese Jan Vermeer, che all’epoca creò scandolo: una serva come modella, che indossa perle, ritratta con la bocca carnosa semi aperta .

“Sei così calma e silenziosa, non ti apri mai. Ma dentro di te ci sono dei segreti. Qualche volta li vedo, nascosti nei tuoi occhi”

Delft, 1664. In una casa nella zona protestante della città, Griet, la giovane figlia di uno dei decoratori di piastrelle più rinomati di Delfi è in cucina, intenta a sistemare, com’è solita fare, le verdure tritate, quando ode voci decisamente insolite in quella modesta casa, voci che suggeriscono “immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce”.
Sull’uscio, compaiono improvvisamente due figure: un uomo dagli occhi grigi come il mare e un’espressione ferma sul volto lungo e spigoloso, e una donna con piccoli ricci biondi e sguardo che guizza qua e là nervosamente. Sono Johannes Vermeer, il celebre pittore, e sua moglie Katharina, gente ricca e influente, proveniente da vicino, dal Quartiere dei Papisti, eppure lontanissima da Griet e dal suo mondo.
Griet ha sedici anni e quel giorno apprende dalla voce della madre il suo destino, a causa di un incidente del padre, la giovane dovrà andare a servizio dei Vermeer per otto stuiver al giorno, dovrà fare le pulizie nell’atelier del pittore, e dovrà agire delicatamente senza spostare né urtare nulla, e senza urtare la suscettibilità della scaltra suocera e, soprattutto, non irritare la sensuale, irrequieta, moglie del pittore e la sua gelosa domestica privata.
Tra Vermeer e Griet, tra l’artista e la serva, l’amato e l’amante, l’uomo potente e la giovane donna che non possiede altro che il suo incanto e la sua innocenza, si stabilisce un’intensa relazione fatta di sguardi, sospiri, frasi dette e non dette.

“Aprì un’imposta, così che la luce mi piovesse direttamente sul viso. “Guarda fuori dalla finestra”. Si sedette al suo sgabello vicino al cavalletto.
Fissai lo sguardo sulla torre della Chiesa Nuova e deglutii. Sentivo che le mascelle mi si serravano e gli occhi mi si spalancavano.
“Ora guarda verso di me”.
Girai la testa e lo guardai da sopra la spalla sinistra.
I suoi occhi si agganciarono ai miei. Non riuscivo a pensare a nulla se non che il loro colore grigio era identico all’interno di una conchiglia di ostrica. Sembrava che stesse aspettando qualcosa. Il viso incominciò a contrarmisi dalla paura, forse non gli stavo dando quello che desiderava.”

La storia è narrata in prima persona da Griet, con gli occhi di una sedicente semplice, priva di ambizioni, che vive nell’ombra, ma che nel suo silenzio custodisce un mondo di emozioni, di osservazioni, una grande personalità.
Un fascino misterioso che la porta a divenire una figura scomoda, soprattutto in un’epoca in cui l’appartenenza a questa o quella casta, tra protestantesimo e cattolicesimo e tra ricchezza e povertà influisce la vita di tutti i giorni.
Tutto è narrato con calma, che sembra quasi che nulla accade, ed invece una donna cresce e matura e tutto cambia. Le pagine di questo libro scorrono veloci regalango un lettura piacevole e ricordiamo … il bianco non è solo bianco.

“Non è il quadro che è cattolico o protestante”, spiegò, “ma chi lo guarda, e quello che lui si aspetta di vedere. Un quadro in una chiesa è come una candela in una stanza buia: serve a vedere meglio. E’ il ponte tra noi e Dio. Ma non è una candela protestante o cattolica. E’ una candela e basta”

Il libro ha avuto successo soprattutto dopo e grazie anche all’omonimo film del 2003 di Peter Webber, interpretato da Clolin Firth e Scarlett Johansson.
Questo film a portato anche al successo il quadro che era conosciuto a pochi.
Il quadro “La ragazza col turbante” fu dipinto da Jan Vermeer nel 1665 e dopo la morte dell’artista rimase nel suo laboratorio dimenticato, fin quando comparve nel 1881 in un’asta, dove fu acquistato da Arnould des Tombe, per poco più di due fiorini, nel 1902 alla sua morte fu donato al Museo dell’Aia dove si trova ancora oggi.
La fama del ritratto ha raggiunto a tal punto le proporzioni del mito che qualcuno lo ha definito la “Gioconda olandese”.
Chi è la ragazza dipinta? Secondi alcuni storici si tratterebbe della figlia primogenita di Vermeer, secondo altri di una domestica realmente esistita, ad oggi l’identità della giovane donna rimane un mistero.

1664.

La mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti. Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito. Mi stupii, perché pensavo che mi conoscesse bene. Gli estranei mi avrebbero visto serena. Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura.
Ero in cucina e stavo tritando le verdure quando udii delle voci provenire dalla porta d’ingresso: quella d’una donna, squillante come rame lucidato, e quella d’un uomo, grave e cupa come il legno del tavolo su cui stavo lavorando. Voci di un genere che raramente si udivano in casa nostra. Mi suggerivano immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce.
Pensai con sollievo che solo poco prima avevo sfregato ben bene il gradino della porta d’ingresso.
La voce di mia madre – un tegame sul fuoco, una brocca – si avvicinava dalla stanza anteriore della casa.
Venivano tutti verso la cucina. Misi al loro posto i porri che avevo tritato, quindi posai il coltello sul tavolo, mi ripulii le mani nel grembiule e strinsi le labbra per spianarle.
La mamma comparve sull’uscio, gli occhi due mute esortazioni. La donna dietro di lei dovette abbassare la testa perché era molto alta, più alta dell’uomo che la seguiva.
In famiglia eravamo tutti bassi, persino mio padre e mio fratello.
La donna sembrava portata dal vento, sebbene fosse una giornata calma. Aveva la cuffia un po’ di sghimbescio, da cui erano sfuggiti piccoli riccioli biondi che le svolazzavano sulla fronte come api, e che lei ricacciò indietro più volte con gesti nervosi. L’ampio colletto avrebbe avuto bisogno d’una buona stirata e non sembrava immacolato.
Si fece scivolare la mantella grigia giù dalle spalle, e allora mi accorsi che l’abito blu nascondeva una gravidanza. Il bebè sarebbe arrivato verso la fine dell’anno, o forse prima.
Il viso della donna sembrava un piatto da portata ovale, a tratti scintillante, a tratti opaco. Gli occhi erano due bottoni d’un colore castano chiaro che ben di rado avevo visto accompagnarsi a capelli biondi. Si sforzava di guarderai fisso, ma non riusciva a fermare l’attenzione su di me perché i suoi occhi guizzavano qua e là per la stanza.
“Questa è la ragazza, allora”, disse all’improvviso.
“Questa è mia figlia Griet”, replicò mia madre. Io feci un rispettoso cenno di saluto con la testa verso l’uomo e la donna.
“Be’, non direi che sia proprio grande. Sarà abbastanza robusta?” Come la donna fece per voltarsi a guardare l’uomo, un lembo della mantella si impigliò nel manico del coltello che avevo adoperato, facendolo cadere dal tavolo e roteare sul pavimento.
La donna gettò un grido.
“Catharina”, disse l’uomo, pacato. Pronunciò il nome di lei come se in bocca avesse della cannella. La donna tacque, facendo uno sforzo per calmarsi.
Mi precipitai a raccogliere il coltello e ripulii la lama sul grembiule prima di posarlo sul tavolo. Il coltello aveva scompigliato le verdure. Rimisi al suo posto un pezzetto di carota.
L’uomo mi osservava, gli occhi grigi come il mare. Aveva un volto lungo e spigoloso, un’espressione ferma, in contrasto con quella della moglie, che guizzava come la fiammella di una candela. Non aveva né barba né baffi, il che mi piaceva perché gli dava un aspetto lindo. Sotto al mantello nero indossava una camicia bianca con un elegante colletto di pizzo. Portava il cappello calcato sui capelli, che erano rossi come i mattoni bagnati dalla pioggia.
“Che cosa stavi facendo, Griet?” chiese.
Quella domanda mi stupì, ma ebbi la presenza di spirito di non darlo da vedere. “Stavo tritando le verdure, signore. Per la minestra”.
Avevo l’abitudine di sistemare le verdure in cerchio, ciascuna in uno spicchio come una fetta di torta.
C’erano cinque fette: cavolo rosso, cipolle, porri, carote e rape. Mi ero servita della lama d’un coltello per dare la forma a ciascuna fetta, e nel centro vi avevo piazzato una rondella di carota.
L’uomo picchiettò col dito sul tavolo. “Le hai disposte secondo l’ordine in cui vanno nella pentola?” si informò, osservando la ruota.
“No, signore”. Esitai. Non sapevo spiegare perché avessi messo le verdure in quel modo. Le disponevo così istintivamente, come sentivo che dovevano stare, ma ero troppo intimorita per dirlo a un signore.
“Vedo che i bianchi li hai messi distanti l’uno dall’altro”, osservò indicando le rape e le cipolle. “E poi l’arancione e il violetto non sono vicini. Perché mai?” Prese un ritaglio di cavolo e un pezzetto di carota e li scosse nella mano come avrebbe fatto con due dadi.
Rivolsi lo sguardo a mia madre, che mi fece un leggero cenno di incoraggiamento.
“Quei colori fanno a pugni quando sono vicini, signore”.
Inarcò le sopracciglia, come se non si fosse aspettato una risposta del genere. “E ci metti molto a sistemare le verdure prima di fare la minestra?”
“Oh no, signore”, risposi imbarazzata. Non mi piaceva che mi giudicasse una perditempo.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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