Lettere tra Lev Tolstoj e Mahatma Gandhi

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Tolstoj fu certamente l’autore non indiano che più influenzò la formazione di Gandhi, un influenza tale che quasi può delineare la conversione del Mahatma, che infatti scriveva:

«A quel tempo credevo nella violenza. La lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell’ahimsa (termine sanscrito che significa non violenza)»

In un una lettera del 21 maggio 1910 scrive di Tolstoj:

«Ciò che ha predicato, come del resto tutti i maestri del mondo, è che ogni uomo deve obbedire alla voce della propria coscienza, deve essere maestro di se stesso e cercare il Regno di Dio dentro di sé. Secondo lui non esiste governo in grado di controllarlo senza la sua approvazione. Tale uomo è superiore ad ogni governo»

A sua volta, il pensiero indiano e orientale influì su Tolstoj, che attinse dalle sapienze antiche e con la Lettera a un indù Tolstoj conquista Gandhi.

Il 24 maggio 1908 un giovane indiano estremista ed esule politico, Taraknath Das, scrive a Tolstoj:
«Voi odiate la guerra, ma la fame in India è più spaventosa di qualsiasi guerra … non per penuria di alimenti, ma a causa del depredamento della popolazione e della spoliazione del paese da parte del governo britannico»

Tolstoj riceve la lettera e risponde con quella che diventerà la “Lettera a un indù“, Das riceve la risposta di Tolstoj, che ormai è una lettera aperta, e la pubblica nel 1910, con una sua replica, in cui dice che è disposto ad adottare la resistenza passiva, ma anche ad abbandonarla quando si rivelerà vana.

La lettera colpisce anche Gandhi, perché la trova affine al suo pensiero, e lo induce a scrivere a Tolstoj.

1 ottobre 1909
Signore,

Permettetemi di richiamare la vostra attenzione sui fatti che si sono svolti nel Transvaal, in Sud Africa, negli ultimi tre anni.

In quel paese vive una colonia di indiani inglesi che forma una popolazione di circa tredicimila abitanti. Le leggi locali privano di alcuni diritti gli Indù che da anni lavorano in quella regione: pregiudizi tenaci contro gli uomini di colore così come contro gli Asiatici, questi ultimi dovuti al gioco della concorrenza commerciale.

Sono sorti dei conflitti che hanno raggiunto il punto culminante quando venne votata una legge, tre anni fa, che tocca in maniera specifica i lavoratori venuti dall’Asia. Credo, e siamo in molti a pensarlo, che questa legge sia avvilente e studiata per colpire la dignità degli esseri umani a cui si rivolge. Secondo me, la sottomissione a una legge simile non poteva accordarsi con lo spirito della vera religione. Alcuni dei miei amici così come io stesso credono ancora incrollabilmente alla dottrina della non resistenza al male.

Ho avuto il privilegio di studiare i vostri scritti: hanno profondamente impressionato il mio spirito. Gli Indiani britannici a cui abbiamo spiegato la situazione hanno seguito il nostro consiglio di non sottomettersi a quella legge. Hanno sopportato l’imprigionamento e altre pene per averla infranta. Risultato: quasi la metà della popolazione indiana, incapace di resistere a questa lotta febbrile e di sopportare i rigori dell’incarcerazione, ha preferito lasciare il Sud Africa piuttosto di piegarsi sotto una legge tanto degradante. Una parte dell’altra metà, 2500 persone circa, si è lasciata incarcerare in nome della loro coscienza, qualcuno fino a cinque volte. Le pene variano da cinque giorni a sei mesi, con lavori forzati previsti nella maggior parte dei casi. Moltissimi Indù sono stati rovinati economicamente.

Oggi ci sono più di cento resistenti passivi nelle prigioni del Sud Africa. E tra loro ce ne sono alcuni molto poveri che devono guadagnarsi la vita giorno dopo giorno. Le loro mogli e i loro bambini devono essere aiutati dai soccorsi pubblici forniti, anch’essi, dai resistenti passivi.

Questi eventi hanno messo gli Indiani britannici davanti a una dura prova, nella quale secondo me sono stati all’altezza delle circostanze. La battaglia continua e non ne intravediamo la fine. Tuttavia, alcuni la sentono con più forza: la resistenza passiva deve e può funzionare mentre la forza non può che essere sconfitta. La durata di questa lotta, lo sappiamo, è dovuta alla nostra debolezza. Da cui la certezza, nel pensiero del governo, che non potremo resistere all’infinito a questa prova.

Sono venuto a Londra in compagnia di un amico al fine di entrare in contatto con le autorità imperiali. Vogliamo spiegare loro la situazione e cercare con esse il modo di rimediare allo stato attuale delle cose. […] Credo che se si organizzasse un concorso per un saggio sull’etica e sull’efficacia della resistenza passiva, questo saggio permetterebbe di fare conoscere meglio il movimento e obbligherebbe il popolo a riflettere sul problema. […]

Un’ultima cosa per la quale mi prendo la libertà di abusare del vostro tempo. Mi è stata mostrata una copia della lettera sui problemi dell’India inviata da voi a un Indù. Evidentemente è frutto del vostro modo di guardare al mondo. Nella conclusione sembra che vogliate fare cambiare idea al lettore sulla reincarnazione. Potrà sembrare impertinente da parte mia dire quello che sto per dire? Ignoro se avete studiato con attenzione la questione. La reincarnazione e la trasmigrazione fanno parte di una credenza molto cara a milioni di abitanti dell’India, come della Cina del resto. Si tratta veramente, per molti asiatici, di materia d’esperienza e non solo di un’accettazione puramente teorica. La reincarnazione spiega, con l’aiuto della ragione, molti misteri della vita. È stata la forza consolatrice di molti resistenti passivi durante la loro incarcerazione in Sud Africa. Il mio scopo, nello scrivervi, non è quello di convincervi della verità della dottrina, ma di domandarvi se fosse possibile rimuovere la parola reincarnazione – nozione che, assieme a qualcun’altra, sembra, nella vostra lettera, segnata dallo scetticismo.

[…] Vi ho importunato con questa lettera. Coloro che vi onorano e che cercano di seguirvi non hanno il diritto, lo so, di abusare del vostro tempo e non devono, per quanto è possibile, disturbarvi. Tuttavia, io che sono per voi un perfetto sconosciuto, mi sono preso la libertà di rivolgermi a voi per riferirvi queste informazioni, tanto nell’interesse della verità quanto al fine di avere un vostro parere su alcune problematiche. Non avete fatto d’altronde della loro soluzione l’opera stessa della vostra vita?

Con tutto il mio rispetto, resto un vostro fedele servitore.

Il 20 settembre del 1910 lo scrittore russo Lev Tolstoj scrisse l’ultima lettera a Gandhi prima di morire (morirà il 20 novembre dello stesso anno), infatti La lettera, arrivò quando Tolstoj era già morto e fu pubblicata sulla rivista curata dallo stesso Gandhi.

Ho ricevuto la vostra rivista Indian Opinion e mi sono rallegrato nell’ apprendere tutte le informazioni che vi si danno a proposito dei non-resistenti. E volevo esprimervi i pensieri che quella lettura mi ha suscitato.

Più vivo, e specialmente ora che sento vivamente l’ approssimarsi della morte, più desidero dire agli altri ciò che sento intensamente e ciò che – a mio modo di vedere – ha una enorme importanza; desidero soprattutto parlare di quello che si chiama non-resistenza e che in sostanza altro non è che l’ insegnamento dell’ amore, non deformato da false interpretazioni. Che l’ amore – cioè la tensione delle anime umane all’ unione e a l’ attività che ne deriva – sia la legge suprema e e unica della vita umana, questo nel profondo dell’ anima lo sente e lo sa ogni uomo (lo vediamo con la massima chiarezza nei bambini): lo sa, finchè non viene confuso dai falsi insegnamenti del mondo.
Questa legge fu proclamata da tutti i saggi dell’ umanità, tanto indiani, quanto cinesi ed ebrei, greci, romani. Penso che con la massima chiarezza fu espressa da Cristo, che disse anche espressamente, che in questo solo sta tutta la legge e i profeti. Non solo, ma prevedendo la deformazione alla quale questa legge è soggetta e che essa può esibire, additò esplicitamente il pericolo di questa deformazione, caratteristica delle persone dedite a interessi mondani; additò soprattutto il pericolo consistente nel giustificare la difesa di questi interessi con la forza; cioè, come egli diceva, di rispondere colpo su colpo, di riprendere con la forza quanto ci è stato tolto ecc. Egli sapeva, come non può non sapere ogni uomo ragionevole, che l’ uso della violenza è incompatibile con l’ amore come legge fondamentale della vita; che, non appena si ammette la violenza, in qualsivoglia caso, si ammette l’ insufficienza della legge dell’ amore e perciò si rigetta la legge stessa. Tutta la civiltà cristiana, per quanto esteriormente brillante, è cresciuta sulla base di questi fraintendimenti e di queste contraddizioni, evidenti, strane, talvolta consapevoli, il più delle volte inconsapevoli.
In sostanza, non appena accanto all’ amore fu ammessa la resistenza, allora non ci fu più, né poteva esservi l’ amore come legge della vita; non vi fu più legge dell’ amore, anzi non vi fu più legge alcuna, se non quella della violenza cioè del potere del più forte. Così per 19 secoli ha vissuto l’ umanità cristiana. In verità, gli uomini di tutti i tempi si fecero guidare dalla sola violenza nell’ organizzare la propria vita. La differenza tra la vita dei popoli cristiani e quella di tutti gli altri sta solo nel fatto che nel mondo cristiano la legge dell’ amore fu espressa con chiarezza e precisione quale non si trova in nessun altro insegnamento religioso e nel fatto che gli uomini del mondo cristiano hanno solennemente questa legge e contemporaneamente hanno ammesso la violenza e sulla violenza hanno costruito la propria vita. E perciò tutta la vita dei popoli cristiani è una netta contraddizione tra ciò che essi professano e ciò su cui costruiscono la propria vita: contraddizione tra l’ amore riconosciuto come legge della vita e la violenza, accettata perfino e lodata come necessaria in varie forme, come il potere dei governanti, i tribunali e l’esercito. Tutta questa contraddizione è cresciuta di pari passo con lo sviluppo dell’ umanità appartenente al mondo cristiano e ultimamente ha raggiunto il suo grado più alto. Il problema è ora evidentemente questo: o riconoscere che non accettiamo alcun insegnamento etoco-religioso e siamo condotti nell’ organizzazione della nostra vita dal solo potere del più forte, oppure che tutte le nostre tasse, raccolte con violenza, tutte le nostre istituzioni giudiziarie e di polizia e, soprattutto, l’esercito debbono essere aboliti.
Quest’ anno in primavera, all’ esame di religione cristiana in uno degli istituti femminili di Mosca l’ insegnante di religione e poi il prelato presente interrogavano le ragazze sui comandamenti e particolarmente sul sesto. Dopo che esse avevano dato la giusta risposta a proposito del comandamento, il prelato di solito poneva ancora una domanda: “La legge di Dio proibisce sempre e in tutti i casi di uccidere?”. E le infelici ragazze, sviate dai loro superiori, dovevano rispondere e rispondevano: “non sempre, uccidere è permesso in guerra e come punizione dei delinquenti”. Ma quando a una di queste povere ragazze (ciò che racconto non è invenzione, è un fatto raccontatomi da un testimone oculare), dopo la risposta, fu rivolta la solita domanda: “è sempre peccato uccidere?”, essa, emozionata e rossa in viso, rispose con decisione “sempre”; e a tutti i soliti sofismi del prelato rispondeva con decisione e convinzione che uccidere è vietato sempre e che uccidere è vietato anche dall’ Antico Testamento ed è proibito da Cristo non solo uccidere ma far male in qualsiasi modo ai fratelli. E nonostante tutta la sua solennità e tutta la sua abile eloquenza, il prelato tacque e la ragazza uscì vincente.
Si, noi possiamo parlare nei nostri giornali dei successi dell’ aviazione, di complesse relazioni diplomatiche, di vari club, di invenzioni, di associazioni di ogni genere, delle cosiddette produzioni artistiche e possiamo tacere di ciò che ha detto questa ragazza; ma tace di questo non si può perché questo lo sente più o meno confusamente ogni uomo del mondo cristiano. Il socialismo, il comunismo, l’ anarchismo, l’ esercito della salvezza, la criminalità crescente, la disoccupazione, il crescente e insensato lusso dei ricchi e miseria dei poveri, il terribile aumento dei suicidi: tutti questi sono segni di quella interna contraddizione che deve e non può essere risolta. E deve essere rivolta naturalmente nel senso di riconoscere la legge e di rifiutare ogni violenza. E per questo la vostra attività nel Transvaal, che ci pare ai confini della terra, è l’ opera più centrale, più importante fra tutte quelle che si svolgono attualmente nel mondo, e di essa saranno partecipi necessariamente non solo i popoli del mondo cristiano, ma quelli di tutto il mondo.
Penso che vi farà piacere sapere che anche da noi in Russia quest’ attività si sviluppa rapidamente nella forma del rifiuto del servizio militare, che si fa ogni anno più diffuso. Per quanto sia esiguo il numero dei vostri non resistenti, come pure il numero dei nostri obiettori in Russia, quelli e questi possono dire con orgoglio: “Dio è con noi”. E Dio è più potente dell’ uomo.
Quandi si accetta il cristianesimo, sia pure in quella forma deformata in cui si professa tra i popoli cristiani, e allo stesso tempo si accetta la necessità degli eserciti e degli armamenti per uccidere su vasta scala nelle guerre, si incorre in una contraddizione evidente, stridente: essa deve necessariamente, presto o tardi, probabilmente molto presto, rivelarsi e distruggere l’ accettazione della religione cristiana, necessaria alla conservazione del potere, o l’esistenza dell’ esercito e di ogni violenza da questi sostenuta, non meno necessaria per il potere. Questa contraddizione è percepita da ogni governo, tanto dal vostro britannico, quanto dal nostro russo, e per naturale istinto di autoconservazione , questi governi perseguitano energicamente – come vediamo qui in Russia e vediamo dagli articoli del vostro giornale – la vostra più di ogni altra attività antigovernativa. I governi sanno in che cosa sta il principale pericolo per loro e con sagacia difendono in tale questione non solo i loro interessi, ma la questione stasse dell’ “essere o non essere.
Con la più viva stima”
Lev Tolstoj
20 settembre 1910


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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