Robert Louis Stevenson – L’isola del tesoro

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isola-tesoro-meta-800L’isola del tesoro è il primo romanzo di Robert Louis Stevenson, pubblicato prima a puntate nella rivista per ragazzi Young Folks con il titolo di “Il cuoco del mare ovvero l’isola del tesoro” e successivamente come romanzo nel 1883, riscosse subito successo, si narra che il premier inglese restò alzato fino alle due di notte per terminarne la lettura. E’ un dei più celebri romanzi per ragazzi e di avventura.
L’idea del romanzo venne quando vide il suo figliastro LIyod dipingere una mappa di un’isola con l’acquerello, Stevenson rimase subito colpito e iniziò a inserire sulla mappa dei nomi di fantasia e gli diete il nome di Isola del Tesoro.

«La forma mi stuzzicò la fantasia oltre ogni dire: c’erano porticcioli che m’incantavano come sonetti e, con l’incoscienza del predestinato, suggerii il titolo del mio lavoro: L’Isola del Tesoro … Quando mi chinavo sulla mappa i personaggi del futuro libro cominciavano a delinearsi visibilmente fra i boschi immaginari e i loro volti scuri e le armi scintillanti facevano capolino e mi guardavano da zone inattese, mentre passavano avanti e indietro, combattendo, e cercando il tesoro in quei pochi centimetri quadrati di una proiezione in pianta»

Il romanzo racconta una storia di “pirati e tesori”, è suddiviso in 6 parti per un totale di 34 capitoli, quasi tutti narrati dal protagonista Jim Hawkins, figlio di un padrone di una locanda situata vicino Bristol, ritrova una vecchia mappa nel baule di un’ospite della locanda, il pirata Billy Bones. Jim è da subito affascinato da questa figura di vecchio ubriacone pieno di storie da raccontare, ma ne è anche molto impaurito. Il ragazzo s’imbarca come mozzo sulla goletta Hispaniola alla ricerca del tesoro e parte l’avventura.
La mappa di un’isola sperduta nell’oceano, il miraggio di un tesoro nascosto, indimenticabili figure di crudeli pirati e soprattutto il coraggioso protagonista, Jim Hawkins. E poi ancora ammutinamenti, i pericoli dell’oceano in tempesta.
L’Isola del Tesoro contiene il gioco, il dramma del mare, della guerra e della morte, le virtú piú nobili e ai peggiori peccati: la lealtà, il coraggio, la paura, il tradimento, la ferocia. Ed avvolge il tutto li avvolge in uno scenario di acque e rupi, di spiagge e di taverne e nel sogno di diventare adulti.

isola-del-tesoro-mappaAll’esitante acquisitore

Storie marine in marinesco tono
E tempeste e avventure e caldi e geli
E bastimenti e isole e crudeli
Piraterie, e interrato oro,
E ogni vecchia favola ridetta
Nei precisi antichi modi:
Se tutto ciò, come a me piacque un tempo,
Piaccia ai più savi giovani d’oggi:

Così sia, così accada! – Ma se no,
Se il giovane saputo non più brama,
Gli antichi amori suoi dimenticò
Kingston, o Ballantine il valoroso,
O Cooper dalla selva e dal maroso:
Così pur sia! E rassegnato io possa
E i miei pirati entrare nella fossa
Ove dormono quelli e lor fantasmi!

Questo romanzo non ha bisogno di presentazioni, con esso nasce lo stereotipo del pirata che tutti noi oggi conosciamo, a mio parere questo è tutt’altro che un libro per ragazzi, è un capolavoro della letteratura di avventura che va bene per tutti.

Stevenson-libri-F-500PARTE PRIMA
IL VECCHIO FILIBUSTIERE
Capitolo primo. Il vecchio lupo di mare all’«Ammiraglio Benbow»

Pregato dal cavalier Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto della brigata, di scrivere la storia della nostra avventura all’isola del tesoro, con tutti i suoi particolari, nessuno eccettuato, salvo la posizione dell’isola; e ciò perché una parte del tesoro ancora vi è nascosta, – io prendo la penna nell’anno di grazia 17.. e mi rifò dal tempo quando il mio babbo teneva la locanda dell’«Ammiraglio Benbow» e il vecchio uomo di mare dal viso abbronzato e sfregiato da un colpo di sciabola prese alloggio presso di noi.
Lo ricordo come fosse ieri, quando entrò con quel suo passo pesante, seguito dalla carriola che portava il baule. Alto, poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sul colletto della sua bisunta giacca blu: le mani ruvide e ragnate di cicatrici, dalle unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il taglio del colpo di sciabola d’un bianco livido e sporco. Roteò in giro un’occhiata fischiettando tra sé, e poi, con la sua vecchia stridula e tremula voce ritmata e arrochita dalle manovre dell’argano, intonò quell’antica canzone di mare che doveva più tardi così spesso percuotere i nostri orecchi:

Quindici sopra il baule del morto,
Quindici uomini yò-hò-hò,
E una bottiglia di rum per conforto!

Poi con un pezzo di bastone simile a una manovella batté contro la porta, e come il mio babbo apparve, ordinò bruscamente un bicchiere di rum. Appena gli fu portato, lo bevve lentamente assaporandolo all’uso dei conoscitori, e intanto seguitava a guardare intorno a sé esaminando le colline e la nostra insegna.
«Questo è un luogo adatto», disse alfine, «e ottimamente situato. Molta gente, amico mio?»
Mio padre rispose che no; poca assai: una desolazione.
«Bene. È l’ancoraggio che fa per me. Ehi, tu», gridò all’uomo della carriola, «vieni, e aiuta a portar su il mio baule. Resterò qui un pezzetto», continuò. «Sono un uomo alla buona, io: rum, prosciutto, uova; altro non mi bisogna, e quella punta lassù per osservar le navi che passano. Il mio nome? Capitano, potete chiamarmi. Ah, capisco, capisco ciò che vi preoccupa… Prendete!» E gettò sul banco tre o quattro monete d’oro. «Mi avvertirete quando sarà finito», aggiunse, con uno sguardo fiero, da comandante.
In verità, malgrado i suoi abiti frusti e il suo rozzo parlare, egli non aveva l’aria d’un marinaio: si sarebbe piuttosto detto un secondo o un padrone di nave, abituato a vedersi ubbidito o a picchiare. L’uomo della carriola ci riferì ch’era sbarcato dalla corriera la mattina dianzi al «Royal George», che s’era informato degli alberghi lungo la costa, e udito parlar bene del nostro, lo aveva prescelto in grazia del suo isolamento. Questo fu tutto quanto potemmo sapere sul conto del nostro ospite.
Egli era assai taciturno. Passava la sua giornata gironzolando intorno alla cala, o per le colline, provvisto d’un cannocchiale marino; e tutta la sera rimaneva in un angolo della sala accanto al fuoco, a bere dei grog molto forti. A chi gli rivolgeva la parola evitava per lo più di rispondere: dava una rapida e irosa guardata, e soffiava per le nari come una tromba d’allarme; sicché tanto noi che gli avventori imparammo presto a lasciarlo stare. Ogni giorno, quando rientrava dalla sua passeggiata, non tralasciava di chiedere se qualche marinaio si fosse visto lungo la strada. Noi credevamo dapprima fosse la mancanza d’una compagnia di gente della sua specie che lo spingesse a tali domande; finimmo però col capire che, al contrario, ciò che gli premeva era evitare incontri. Quando un marinaio scendeva all’«Ammiraglio Benbow» (come talvolta accadeva a chi recavasi a Bristol per la strada costiera) egli guatava il nuovo arrivato attraverso la cortina dell’uscio prima di decidersi a passar nella sala, e finché quello non alzava i tacchi, stava muto come un pesce. Codesto contegno non aveva peraltro nulla di misterioso ai miei occhi, giacché io in certo modo dividevo le preoccupazioni del capitano. Un giorno tirandomi in disparte m’aveva promesso un pezzo d’argento di quattro pence per ogni primo del mese, a patto ch’io facessi buona guardia e l’avvisassi non appena comparisse un «marinaio con una gamba sola». Spesso accadeva che giungeva il primo del mese, e io dovevo richiedergli il mio salario: egli allora mi rispondeva con quel suo pauroso soffiare attraverso le nari, e con una guardataccia che mi atterriva: ma la settimana non passava mai senza ch’egli si ravvedesse e mi rimettesse i miei quattro pence ripetendomi l’ordine di stare attento al marinaio con una gamba sola.
Non saprei dire come questo personaggio fosse diventato l’incubo dei miei sogni. Nelle notti di tempesta, quando il vento scuoteva i quattro canti della casa e i cavalloni infuriati mugghiavano lungo la cala e contro le rupi, io me lo vedevo apparir dinanzi in mille forme e con mille diaboliche espressioni. Ora aveva la gamba tagliata fino al ginocchio, ora fino all’anca; ora non era più uomo, ma una sorta di mostro nato proprio così, con una gamba sola, e questa nel bel mezzo del corpo. Vederlo saltare, correre e inseguirmi scavalcando siepi e fossati, era il più tremendo degli incubi. E così, con tali bieche visioni, io pagavo abbastanza caro il premio dei miei quattro pence mensili.
Ma, curioso a dirsi, malgrado il terrore che il marinaio dalla gamba sola m’incuteva, io ero poi di fronte al capitano in persona il meno pauroso fra tutti quanti l’avvicinavano.
Certe sere egli beveva assai più grog di quanto potesse sopportare; allora si tratteneva lì a cantar le sue vecchie, sinistre, selvagge canzoni di mare non curandosi d’alcuno; altre volte offriva da bere in giro e costringeva la intimidita brigata ad ascoltar le sue storie o accompagnare in coro i suoi ritornelli. Quante volte ho udito la casa rintronare di «Yò-hò-hò e una bottiglia di rum», mentre i vicini, col timor della morte sul capo, l’accompagnavano con tutta l’anima, cercando ognuno di superare l’altro, a scanso di appunti! Perché in questi accessi egli era l’uomo più insolente e prepotente del mondo: ora imponeva silenzio battendo con la palma sulla tavola, ora pigliava fuoco per una domanda che gli era rivolta, o perché nessuno osservava nulla, il che per lui era segno che la compagnia non s’interessava al racconto. E non tollerava che si lasciasse la sala prima che egli ubriaco fradicio non avesse, barcolloni, raggiunto il suo letto.
Ciò che soprattutto sbigottiva l’uditorio erano le sue storie. Spaventevoli storie d’impiccagioni, d’annegamenti, di burrasche di mare, dell’Isole delle Tartarughe, e di gesta e luoghi selvaggi in terre spagnole. A sentir lui, era vissuto fra la più dannata genia che Iddio seminasse per i mari; e il suo linguaggio brutale urtava i nostri semplici paesani quasi al pari dei delitti ch’egli descriveva. Mio padre sempre andava lamentando che quell’uomo sarebbe stato la rovina dell’albergo, poiché ben presto la gente si sarebbe stancata di venir lì per essere tiranneggiata, avvilita e spedita a battere i denti nei propri letti ma io credo invece che la sua presenza ci fosse profittevole. È vero che sul momento gli avventori rimanevan male; ma poi provavano non so che gusto a tornarci su col pensiero, e quasi amavano ciò che dava una scossa alla monotona e sonnacchiosa vita del paese. C’era persino tra i più giovani chi per lui ostentava ammirazione, qualificandolo «un vero lupo di mare», un «autentico tizzo d’inferno», e dicendo ch’erano gli uomini di siffatta tempra che rendevan l’Inghilterra formidabile sul mare.
Veramente, in certo modo, egli lavorava alla nostra rovina, giacché settimane e settimane e poi mesi e mesi si susseguivano senza ch’egli desse segno di voler sloggiare, e intanto da lunga pezza la sua moneta era consumata e a mio padre non bastava l’animo di insistere per averne dell’altra. Se appena egli vi alludeva, il capitano soffiava attraverso il naso talmente forte che pareva ruggisse, e con una fulminante occhiata cacciava via dalla sala il mio povero babbo. Io lo vedevo, il mio babbo, disperato torcersi le mani dopo tali rabbuffi, e credo che l’affanno e il terrore nei quali viveva affrettassero grandemente la sua immatura e disgraziata fine.
Tutto il tempo che rimase con noi il capitano non mutò mai nulla del suo vestiario, eccetto qualche calza comprata da un mereiaio ambulante. Essendosi rotto uno degli angoli del suo cappello a tricorno, egli lo lasciava spenzolar giù sebbene gli desse abbastanza noia quando tirava vento. Rivedo l’aspetto dell’abito ch’egli stesso rappezzava nella sua stanza di sopra e che, già prima della fine, era un mosaico di toppe. Mai scrisse né ricevette una lettera; mai parlava con alcuno fuorché coi vicini; e con questi, per lo più, solo quand’era ubriaco di rum. Nessuno di noi mai aveva visto aperto il grosso baule marino.
Una volta soltanto il nostro uomo trovò chi gli tenne testa, e fu verso la fine, quando il mio povero babbo era già molto minato dal male che doveva condurlo alla tomba. Il dottor Livesey giunse a sera a veder l’infermo; si fece servire un boccone da mia madre, poi se ne andò a fumare una pipata nella sala, in attesa che il suo cavallo gli fosse ricondotto dal villaggio, giacché al vecchio «Benbow» non avevamo stallaggio. Io ve lo seguii, e rammento ancora lo stridente contrasto che faceva il lindo e rilisciato dottore con la sua parrucca candida come neve, i suoi neri e scintillanti occhi e le sue compite maniere, con la rustica popolaglia e soprattutto con quel sucido torvo e repugnante spauracchio di pirata, acciaccato laggiù in quel canto dal rum, con le braccia sulla tavola. D’improvviso costui – dico il capitano – intonò la sua eterna canzone:

Quindici sopra il baule del morto,
Yò-hò-hò – e una bottiglia di rum!
Satana agli altri non ha fatto torto,
Con la bevanda li ha spediti in porto.
Yò-hò-hò, e una bottiglia di rum!

Io avevo da prima creduto che il «baule del morto» fosse la stessa grossa cassa ch’egli teneva di sopra nella stanza davanti; e questa idea s’era fusa nei miei incubi con l’immagine del marinaio dalla gamba sola. Ma da lungo tempo ormai noi avevamo cessato di far attenzione al ritornello; solo agli orecchi del dottor Livesey quella sera giungeva nuovo; e io m’accorsi dell’impressione tutt’altro che gradevole ch’egli ne riceveva, giacché alzò gli occhi e guardò per un momento con aria irritata prima di decidersi a seguitar col vecchio giardiniere Taylor il suo discorso intorno a una nuova cura delle affezioni reumatiche. Frattanto il capitano s’andava accendendo della sua musica e alzando il tono; e alla fine schiaffò sulla tavola con la palma quel tal colpo che noi tutti sapevamo significava: «Silenzio!». Nessuna voce fu più udita, ad eccezione di quella del dottor Livesey, che seguitò a parlare come prima, chiaro e cortese, tirando tra una frase e l’altra una vistosa boccata di fumo. Il capitano lo fissò bieco un istante, batté un nuovo colpo con la palma, gli lanciò un’altra occhiataccia, e, accompagnando la frase con una triviale bestemmia, gridò:
«Silenzio, laggiù a prua!».
«È a me che il signore intende parlare?», disse il dottore; e non appena il ribaldo gli ebbe, con un’altra bestemmia, risposto affermativamente, «io non ho che una cosa da dirvi», replicò il dottore, «ed è che se voi continuate a tracannare rum, il mondo sarà presto liberato da uno schifoso miserabile.»
Spaventevole fu lo scoppio d’ira del vecchio gaglioffo. Scattò in piedi, trasse e aprì un coltello a serramanico, e bilanciandolo sulla palma della mano, stava per inchiodare al muro l’avversario.
Il dottore non si mosse. Parlandogli di sopra la spalla, con lo stesso tono di voce, piuttosto rinforzato, per modo che l’intera sala potesse udire, ma perfettamente tranquillo e fermo, disse:
«Se non rimettete immediatamente in tasca quel coltello, vi giuro sul mio onore che alle prossime assise sarete impiccato».
Seguì tra i due una battaglia di sguardi: ma presto il capitano si arrese: ripose l’arma e riprese il suo posto tremando come un cane bastonato.
«E ora, signore», continuò il dottore, «dal momento che io so che razza d’arnese c’è nel mio distretto, potete star sicuro che sarete sorvegliato giorno e notte. Io non sono soltanto dottore: sono anche magistrato, e se appena mi giunge una lagnanza sul conto vostro, fosse magari per una smargiassata come quella di stasera, provvederò a farvi spazzar via di qui. Siete avvisato.»
Poco dopo il cavallo del dottor Livesey giunse alla porta, ed egli partì; ma per quella sera e molt’altre successive il capitano rimase tranquillo.

L’isola del tesoro è uno dei i romanzi che hanno influenzato di più il mondo della letteratura e non solo, anche il teatro e la cinematografia, da ricordare:

Treasure Island – film muto (USA, 1912), diretto da J. Searle Dawley, con Addison Rothermel (Jim Hawkins), Ben F. Wilson (Long John Silver), Charles Ogle (Billy Bones).
Treasure Island – film muto (USA, 1918), diretto da Chester M. Franklin e Sidney Franklin, con Francis Carpenter (Jim Hawkins), Violet Radcliffe (Long John Silver), Buddy Messinger (Capt. Smolett).
L’isola del tesoro – film muto (USA, 1920) con Shirley Mason (Jim Hawkins), Charles Ogle (Long John Silver), Al W. Filson (Billy Bones), Charles Hill Mailes (Dr. Livesey), Harry Holden (Capt. Smollett), Sydney Deane (Trelawney).
L’isola del tesoro – film (USA, 1934), diretto da Victor Fleming, con Jackie Cooper (Jim Hawkins), Wallace Beery (Long John Silver), Lionel Barrymore (Billy Bones), Otto Kruger (Dr. Livesey), Lewis Stone (Capt. Smollett), Nigel Bruce (Trelawney).
L’isola del tesoro – film della Disney (USA, 1950), diretto da Byron Haskin, con Bobby Driscoll (Jim Hawkins), Robert Newton (Long John Silver), Finlay Currie (Billy Bones), Denis O’Dea (Dr. Livesey), Basil Sydney (Capt. Smollett), Walter Fitzgerald (Trelawney).
L’isola del tesoro – film (Italia-GB, 1972), diretto da Andrea Bianchi e John Hough, con Kim Burfield (Jim Hawkins), Orson Welles (Long John Silver), Lionel Stander (Billy Bones), Ángel del Pozo (Dr. Livesey), Rik Battaglia (Capt. Smollett), Walter Slezak (Trelawney).
L’isola del tesoro – film (GB, 1985), diretto da Raoul Ruiz, con Melvil Poupaud (Jim Hawkins), Vic Tayback (Long John Silver), Lou Castel (Dr. Livesey), Jeffrey Kime (Trelawney).
L’isola del tesoro – film (USA-GB 1990), diretto dal Fraser Clarke Heston, con Christian Bale (Jim Hawkins), Charlton Heston (Long John Silver), Oliver Reed (Billy Bones), Julian Glover (Dr. Livesey), Clive Wood (Capt. Smollett), Richard Johnson (Trelawney).
L’isola del tesoro – film (GB-Canada, 1999), diretto da Peter Rowe, con Kevin Zegers (Jim Hawkins), Jack Palance (Long John Silver), Patrick Bergin (Billy Bones), David Robb (Dr. Livesey), Malcolm Stoddard (Capt. Smollett), Christopher Benjamin (Trelawney).
Il pianeta del tesoro: film d’animazione ancora ad opera della Disney del 2002, che conferisce alla storia un’ambientazione fantascientifica.
L’isola del tesoro – film (Germania, 2007), diretto da Hansjörg Thurn, con François Goeske (Jim Hawkins), Tobias Moretti (Long John Silver), Christian Redl (Billy Bones), Aleksandar Jovanovic (Dr. Livesey), Jürgen Schornagel (Capt. Smollett), Christian Tramitz (Trelawney).
L’isola del tesoro  – film TV (Irlanda-GB, 2012), diretto da Steve Barron, con Toby Regbo (Jim Hawkins), Eddie Izzard (Long John Silver), David Harewood (Billy Bones), Daniel Mays (Dr. Livesey), Philip Glenister (Capt. Smollett), Rupert Penry-Jones (Trelawney).


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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