Ken Follett – I pilastri delle terra

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I pilastri della Terra è un romanzo storico, un mistery e una storia d’amore, pubblicato nel 1989 dallo scrittore Ken Follett, il capolavoro dell’autore che dopo diciotto anni, nel 2007 ha pubblicato il seguito Mondo senza fine, ambientato circa 200 anni dopo.

“A sera il cacciatore ebbe la preda,
L’allodola non ebbe la libertà.
Tutti gli uccelli e gli uomini muoiono,
Ma il canto in eterno resterà.”

L’autore ci trasporta nell’Inghilterra medievale al tempo della costruzione di una cattedrale gotica. Intreccio, azione e passione si sviluppano così sullo sfondo di un’era ricca di intrighi e tradimenti, pericoli e minacce, guerre civili, carestie, conflitti religiosi e lotte per la successione al trono. Un romanzo che si sviluppa lungo più di quarant’anni di storia, i cui indimenticabili protagonisti sono vittime o pedine di avvenimenti che ne segnano i destini e rimettono continuamente in discussione la costruzione della cattedrale.
Foreste, castelli e monasteri sono l’avvolgente paesaggio, mosso dai ritmi della vita quotidiana e dalla pressione di eventi storici e naturali entro il quale si confrontano e si scontrano le segrete aspirazioni e i sentimenti dei protagonisti: monaci, mercanti, artigiani, nobili, fanciulle misteriose, vittime o pedine di avvenimenti che ne segnano i destini e rimettono continuamente in discussione la costruzione della cattedrale.

“La ragazza girò gli occhi dorati sui tre estranei, il cavaliere, il fra­te e il prete, quindi pronunciò la maledizione, parole terribili dai to­ni sonanti: «Io vi maledico perché siate colpiti dalla malattia e dal­l’angoscia, dalla fame e dalla sofferenza; la vostra casa sarà consu­mata dal fuoco e i vostri figli finiranno sulla forca; i vostri nemici trionferanno e voi invecchierete nella tristezza e nel rimorso e mori­rete tra le sozzure e i tormenti…».”

Racconta la costruzione di una cattedrale a Kingsbridge, una località non esistente del Wilthshire in Inghilterra.
Il romanzo è ambientato nel medioevo, più precisamente nel XII secolo, tra il 1123 ed il 1174, dall’affondamento della Nave Bianca (la nave in cui morì l’erede al trono inglese) fino all’assassinio dell’arcivescovo di Canterbury Thomas Becket, già descritto da T. S. Eliot nel suo dramma teatrale del 1935 Assassinio nella cattedrale.
Il racconto inizia quando un trovatore francese, Jack, l’artista scultore, viene condannato a morte per impiccagione. Nel centro del paese sono presenti tutti i cittadini, eccitati dall’evento in cui sono stati invitati. Al momento dell’esecuzione, tra la folla si distingue la voce di una donna che maledice gli uomini che, testimoniando il falso al processo hanno deciso la sua condanna: un prete, un frate ed un nobile del luogo.
Successivamente la scena cambia e facciamo la conoscenza di Tom, abile carpentiere che viaggia alla ricerca di un lavoro assieme alla sua famiglia: sua moglie Agnes, vicina a partorire un bambino e i suoi due figli, Alfred e Martha. Durante il viaggio s’imbattono in una donna molto particolare, Ellen che vive in una grotta nei meandri della foresta con suo figlio Jack.
Conosciamo anche Aliena, la nobildonna, Filippo, il priore di Kingsbridge.

“Quando diamo a un povero un penny perché compri il pane per la famiglia, può darsi che corra alla birreria a ubriacarsi e quindi vada a casa e picchi la moglie, che se la sarebbe passata meglio, quindi, senza la nostra carità. È meglio dare all’uomo il pane, ma ancor meglio è darlo ai suoi figli. Dispensare elemosine è un sacro compito che de­ve essere svolto con diligenza, come la cura dei malati e l’educazio­ne dei giovani.”

Decisamente e senza discussioni posso affermare che è un capolavoro, scritto con grande maestria, 1000 pagine che si leggono con grande scorrevolezza, ogni cosa ha un suo senso, non ci si rilassa mai tenendo l’attenzione al massimo, c’è sempre un problema da risolvere. Non spaventatevi dalla grandezza, perché la sua vera grandezza sta nella storia che diventa leggera e vola nel tempo.
Nel 2010 è stata tratta dal libro una miniserie di 8 puntate.

I pilastri della terra serie tvPROLOGO
1123

I bambini vennero presto per assistere all’impiccagione.
Era ancora buio quando i primi tre o quattro uscirono furtiva­mente dai casolari, silenziosi come gatti nei loro stivali di feltro.
Uno strato di neve fresca copriva il paese come una nuova mano di colore e le loro orme furono le prime a intaccarne la superficie immacolata. Passarono tra le casupole di legno camminando sul fango ghiacciato delle viuzze e raggiunsero la piazza del mercato dove attendeva la forca.
I bambini disprezzavano tutto ciò che gli adulti tenevano in con­siderazione. Spregiavano la bellezza e schernivano la bontà. Ride­vano fragorosamente alla vista di uno storpio e se vedevano un ani­male sofferente lo uccidevano a sassate. Si vantavano delle loro fe­rite e ostentavano le cicatrici con orgoglio, e riservavano il massimo rispetto alle mutilazioni: un ragazzetto privo di un dito poteva esse­re il loro re. Amavano la violenza; erano capaci di percorrere mi­glia e miglia per vedere il sangue, e non mancavano mai a un’impic­cagione.
Uno di loro pisciò alla base del patibolo. Un altro salì i gradini, si portò i pollici alla gola e finse di accasciarsi torcendo la faccia nella macabra parodia del soffocamento; gli altri gettarono grida di ammirazione e due cani giunsero abbaiando sulla piazza. Un bam­bino piuttosto piccolo cominciò sfacciatamente a mangiare una me­la, e uno dei più grandi gli diede un pugno sul naso e gli portò via il frutto. Per sfogare la rabbia, il più piccolo tirò un sasso a un cane che fuggì guaendo. Non c’era nient’altro da fare e perciò tutti si ac­covacciarono sul pavimento asciutto del portico della grande chiesa aspettando che succedesse qualcosa.
Le luci delle candele palpitavano dietro le imposte delle solide ca­se di legno e pietra intorno alla piazza, dove abitavano artigiani e bottegai benestanti: le sguattere e gli apprendisti accendevano il fuoco, scaldavano l’acqua e preparavano il porridge. Il cielo trascolorava dal nero al grigio. La gente usciva dalle case avvolta in pe­santi mantelli di lana ruvida e scendeva rabbrividendo al fiume per attingere l’acqua.
Poco dopo un gruppo di giovani, inservienti, operai e apprendi­sti, comparve baldanzosamente sulla piazza. Scacciarono i bambini dal portico della chiesa a sberle e calci, si appoggiarono alle arcate e cominciarono a grattarsi, a sputare per terra e a parlare con stu­diata sicurezza della morte per impiccagione. Se è fortunato, disse uno, gli si spezza il collo appena cade, e allora è una morte rapida e indolore; se no, resta appeso e diventa rosso e apre e chiude la bocca come un pesce fuori dall’acqua fino a che crepa soffocato. E un altro disse che per morire in quel modo poteva occorrere lo stesso tempo che un uomo impiegava a percorrere un miglio; e un terzo disse che poteva andare anche peggio, perché una volta ne aveva visto uno che quand’era morto aveva il collo lungo un piede.
Le vecchie formavano un gruppo a sé dalla parte opposta della piazza, lontano il più possibile dai giovani che erano capacissimi di lanciare lazzi volgari alle loro nonne. Si svegliavano sempre presto anche se non avevano più bambini di cui occuparsi ed erano le pri­me a spazzare i camini e ad accendere il fuoco. La più rispettata di tutte, la muscolosa vedova Brewster, le raggiunse facendo rotolare un barile di birra con la stessa facilità con cui un bambino fa roto­lare un cerchio. Prima ancora che potesse togliere il coperchio, aveva già intorno una piccola folla di clienti che aspettavano con secchi e brocche.
L’aiuto sceriffo aprì la porta principale e fece entrare i contadini che abitavano nei sobborghi, nei casolari addossati alle mura del paese. Alcuni portavano uova e latte e burro fresco da vendere, al­tri venivano per comprare birra e pane, e altri ancora si fermavano in mezzo alla piazza per assistere all’impiccagione.
Ogni tanto tutti giravano la testa come passeri incuriositi, e guardavano il castello in cima alla collina. Si vedeva il fumo che saliva dalla cucina e, ogni tanto, il bagliore di una torcia dietro le feritoie. Poi, verso l’ora in cui il sole cominciava a sorgere dietro le dense nubi grigie, i grandi battenti di legno si aprirono e uscì una processione. Per primo veniva lo sceriffo in groppa a uno splendido cavallo nero, seguito da un carro trainato da un bue che trasportava il prigioniero legato. Dietro il carro cavalcavano tre uomini e, sebbene a quella distanza non si scorgessero bene i loro volti, gli abiti indicavano che erano un cavaliere, un prete e un fra­te. Due armigeri chiudevano il corteo.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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