Andrea De Carlo – Due di due (Recensione)

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Due di Due è un romanzo scritto da Andrea De Carlo, nel 1989, racconta la storia di due ragazzi che vivono il Sessantotto sui banchi della prima liceo per poi intraprendere due vite diverse una volta finita la scuola.

“Lo so come ti senti. È come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato 3/4 della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l’unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti.”

Narra l’amicizia fra Mario, l’io narrante, e Guido, un suo compagno di scuola. Sono così diversi da essere speculari, Mario e Guido: il primo è un adolescente come tanti, impaurito e attratto dalla vita, indeciso nelle scelte e appena abbozzato nella personalità, succube dell’autorevolezza e del carisma altrui; il secondo ne ha da vendere di autorevolezza e carisma, ha entusiasmo per la vita, è diverso, diverso da tutti gli altri, abbastanza per attrarli, troppo per non spaventarli, per non restare, alla fin fine, sempre isolato.
Nonostante le differenze, sono uniti da un comune desiderio di libertà e da un certo disprezzo verso il mondo esterno, si conoscono per caso e lentamente fanno amicizia, che prosegue lungo gli anni Settanta e Ottanta, a scuola e fuori scuola, fino all’età adulta, unisce e cambia per sempre le loro vite.

“Giochiamo a fare i rivoluzionari nei nostri piccoli spazi riservati e ci sentiamo pericolosi e importanti e poi alla prima occasione vera torniamo poveri minorenni senza una casa e senza un lavoro e senza soldi, senza la minima possibilità di incidere sulla nostra vita.”

E’ stato il primo libro di De Carlo che ho letto ed è stata una piacevolissima scoperta, è scritto divinamente. Specialmente nella prima parte mi sono rivista, nel turbamento degli anni scolastici, la voglia di fare la differenza, mentre la seconda parte è molto lontana dalla mia realtà, ma estremamente vicina ai miei sogni. L’unica sensazione di irritazione che ho provato sta nella dipendenza dalle vicende che riguardano Guido da parte di Mario e della sua nuova famiglia e l’esagerato allontanamento dal mondo, soprattutto riguardo le scelte per i figli, facendo lo stesso errore dei genitori comuni, cioè non dare la possibilità di scelta. Finale non poteva non essere quello raccontato. A volte rallenta un po’ troppo, ma sicuramente va letto, è talmente intenso e profondo che ti resta dentro.

due-di-due-andrea-de-carloLa prima volta che ho visto Guido Laremi eravamo tutti e due così magri e perplessi, così provvisori nelle nostre vite da stare a guardare come spettatori mentre quello che ci succedeva entrava a far parte del passato, schiacciato senza la minima prospettiva. Il ricordo che ho del nostro primo incontro è in realtà una ricostruzione, fatta di dettagli cancellati e aggiunti e modificati per liberare un solo episodio dal tessuto di episodi insignificanti a cui apparteneva allora.
In questo ricordo ricostruito io sono in piedi dall’altra parte della strada, a guardare il brulichìo di ragazzi e ragazze che sciamano fuori da un vecchio edificio grigio, appena arginati da una transenna di metallo che corre per una decina di metri lungo il marciapiede. Ho le mani in tasca e il bavero del cappotto alzato, e cerco disperatamente di assumere un atteggiamento di non appartenenza alla scena, anche se sono uscito dallo stesso portone e ho fatto lo
stesso percorso faticoso solo un quarto d’ora prima. Ma ho quattordici anni e odio i vestiti che ho addosso, odio il mio aspetto in generale, e l’idea di essere qui in questo momento.
La folla di persone giovani viene avanti come un torrente intralciato da tronchi e massi affioranti, appena finita la transenna si riversa nella strada e la invade fino al mio marciapiede. E quasi ogni faccia è troppo pallida o tonda o lunga, quasi ogni corpo troppo angoloso o smussato, quasi ogni andatura priva di equilibrio, come se le cartelle che tutti portano in mano e a tracolla fossero troppo leggere o pesanti. C’è questo fondo di indifferenza attiva in quasi ogni sguardo, in quasi ogni gesto che unisce al generale dispendio di energia meccanica. Non mi sembra affatto di essere meglio degli altri: è l’idea di vedere i miei difetti moltiplicati per centinaia di volte che accentua la mia insofferenza e la riflette tutto intorno.
Osservo la massa confusa di teste e busti in movimento, sperando di riconoscere i capelli di una ragazza che ho visto qualche giorno prima, e invece mi colpisce lo sguardo di uno che cerca di farsi largo con un’espressione di estraneità concentrata. E’ uno sguardo da ospite non invitato, da passeggero clandestino: uno sguardo che prende distanza dai suoi stessi lineamenti, dal suo stesso modo di girare la testa a destra e a sinistra.
Poi nel ricordo ricostruito c’è un vuoto, dove Guido Laremi con il suo sguardo estraneo viene riassorbito dallo sfondo. Libero il mio motorino dalla catena e lo faccio partire, e questi gesti semplici mi costano fatica e ripetizione, rabbia contro gli oggetti. Alla fine sono in sella e cerco di aprirmi un percorso tra la gente e le macchine, e vado addosso a qualcuno. Sento un colpo su un lato del manubrio, ondeggio e perdo l’equilibrio; volo sul motorino trascinato
dal mio cappotto pesante, dalla borsa di tela piena di libri
obbligatori.
Qualche testa tonda e qualche collo lungo, qualche faccia di mela o di zucca o di pinolo, qualche paio di occhiali a finestrella di bunker o a fondo di bottiglia o a televisore panoramico si voltano nella mischia di movimenti; si distolgono appena mi rialzo senza danni interessanti. Guido Laremi a un paio di metri da me si preme una mano su un fianco, dice “Porca miseria». Ha pio meno la mia età, occhi chiari, capelli biondastri disordinati. Ha un impermeabile inglese, ma gli sta corto; anche lui tiene il bavero alzato. Mi fissa, e il suo sguardo è pieno di irritazione adesso, oltre che di estraneità.

Parti del libro che mi hanno colpita:

“Ha detto “Non c’è niente di inevitabile nel mondo com’è adesso. E’solo una dei milioni di forme possibili, ed è venuta fuori sgradevole e ostile e rigida per chi ci vive. Ma possiamo inventarcene di completamente diverse, se vogliamo. Possiamo smantellare tutto quello che abbiamo intorno così com’è, le città come sono e le famiglie come sono e i modi di lavorare e di studiare e le strade e le case e gli uffici e i luoghi pubblici e le automobili e i vestiti e i modi di
parlarci e guardarci come sono. Possiamo inventare soluzioni completamente diverse, fare a meno del denaro e dei materiali duri e freddi e dei motori e del potere, se vogliamo. Possiamo riempire di alberi le città, far crescere foreste nelle piazze, rompere l’asfalto e restringere le strade e dipingere tutto a colori vivi, e chiudere tutte le fabbriche e inventare altri modi di lavorare, produrre solo cose che servono davvero e solo con materiali che danno piacere a chi le usa. Possiamo inventare altri mezzi di trasporto, costruire laghi e vie d’acqua e mettere musica nelle strade. Possiamo trasformare la vita in una specie d’avventura da libro illustrato, se vogliamo. Non c’è nessun limite a quello che si può inventare, se solo usiamo le risorse che adesso vengono rovesciate per alimentare questo mondo detestabile».”

“Ero d’accordo con quasi tutte queste ragioni, ma mi colpiva l’idea che nemmeno si parlasse più di risolvere i problemi con cui eravamo a contatto ogni
giorno. Usavamo la scuola come un contenitore di grandi discorsi e la lasciavamo agonizzare tra i suoi relitti; marciavamo contro l’intervento americano nel Vietnam e nessuno pensava pia come trasformare la nostra città brutta e ostile. Sembrava che tutto fosse scivolato su un piano di considerazioni teoriche e programmi a lunghissimo termine, alimentati da parole e gesti che non arrivavano mai a sfiorare la realtà. Bloccavamo alcuni meccanismi, e ne danneggiavamo altri, ma non riuscivamo a costruire niente al loro posto che si potesse vedere e toccare subito.”

“E questo è possibile perché la gente è costretta a vivere in luoghi dove non ha più il minimo controllo su quello che mangia e quello che si mette addosso, sullo spazio che occupa. Tutti sono in prestito tutto il tempo, devono comprare quello che gli serve e non gli basta mai, gli sembra di avere sempre bisogno di altro.”

“Non c’è niente di inevitabile nel mondo così com’è adesso. È solo una dei milioni di forme possibili, ed è venuta fuori sgradevole e ostile e rigida per chi ci vive. Ma possiamo inventarcene di completamente diverse, se vogliamo. Possiamo smantellare tutto quello che abbiamo intorno così com’è, le città come sono e le famiglie come sono e i modi di lavorare e di studiare e le strade e le case e gli uffici e i luoghi pubblici e le automobili e i vestiti e i modi di parlarci e guardarci come sono.”

“Possiamo trasformare la vita in una specie d’avventura da libro illustrato, se vogliamo. Non c’è nessun limite a quello che si può inventare, se solo usiamo le risorse che adesso vengono rovesciate per alimentare questo mondo detestabile.”

“Quasi tutto quello che viene prodotto dalle industrie serve solo a dare alla gente ragioni di spendere i soldi che guadagna con lavori che non farebbe mai se non dovesse guadagnare. I negozi sono pieni di accessori inutili e giocattoli che si rompono e vestiti che passano di moda, pure calamite messe sotto gli occhi di chi passa per tenere in movimento la macchina, fare entrare energia umana in circolo.”

“L’equilibrio delle mie giornate si è rovesciato; le mattine sono diventate ombre pallide e spente dei pomeriggi.”


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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