Premio Nobel alla Letteratura 2015: Svetlana Aleksievic

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Svetlana AleksievichLa vincitrice del Premio Nobel alla Letteratura 2015 è la scrittrice e giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, conosciamola meglio:

Svetlana Aleksievich, è nata nella città ucraina di Ivano-Frankivsk (oggi Stanislav), ha iniziato la sua carriera come insegnante e poi come giornalista, studiando all’Università di Minsk tra il 1967 e il 1972, famosa per essere stata cronista dei principali eventi dell’Unione Sovietica della seconda metà del XX secolo: dalla guerra in Afghanistan, al disastro di Černobyl’, ai suicidi seguiti allo scioglimento dell’URSS.
Ha deciso di lasciare la Bielorussia perché si considerava perseguitata dal regime del presidente Aleksandr Lukashenko, che l’accusava di essere un agente della Cia, ha vissuto per dodici anni in Europa, tra Parigi, Gothenburg e Berlino, da poco è tornata a Minsk.

L’Accademia Reale Svedese l’ha scelta per la «sua polifonica scrittura nel raccontare un monumento alla sofferenza e al coraggio dei nostri tempi». «Fantastico» è stato il suo primo commento, poi ha ringraziato la Svezia perché «capisce il dolore russo».
Dedica il premio alla Bielorussia, “schiacciata dalla storia” e non risparmia uno “schiaffo” verbale al presidente russo: « Mi piace il mondo russo della letteratura e della scienza ma non rispetto il mondo russo di Putin e di Stalin».

I suoi libri reportage che hanno sucitato controverse e scalpore, sono stati tradotti in molte lingue, in Italia sono stai pubblicati:

da Edizioni e/o:
La guerra non ha un volto di donna, sulle donne sovietiche al fronte nella seconda guerra mondiale;
Ragazzi di zinco, sulla guerra afgana vista con gli occhi dei reduci sovietici e delle madri dei caduti;
Incantati dalla morte, sui suicidi causati dal crollo dell’Unione Sovietica;
Preghiera per Cernobyl, vincitore del Premio Sandro Onofri per il miglior reportage narrativo.
da Bompiani:
Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo.

Come scrive Svetlana Aleksievic?
Uno stile che prende dal giornalismo il racconto asciutto, al quale viene aggiunto il senso della storia e dei suoi protagonisti.

Introduzione a Preghiera per Černobyl di Svetlana Aleksievič

Preghiera per ČernobylIn un film del regista giapponese Akira Kurosawa, Sogni, tutti i reattori atomici del Giappone saltano in aria. Il monte Fuji è rosso di fuoco e fiamme e la Terra è spazzata da nubi di plutonio 239, stronzio 90 e cesio 137. Ma gli esseri umani continuano a bere il tè, chiacchierano, litigano, si baciano. Non sanno ancora di avere i giorni contati. Invisibile, la morte è già nel loro sangue, nel loro cervello, nelle loro carni. Pochi eletti – qualche scienziato atomico – conoscono la verità. Uno di loro prende i suoi fogli, la sua cartella, sale su una barca e punta verso l’oceano per suicidarsi ed espiare la colpa.

Quando ho saputo del terremoto e dell’infinita sequela di esplosioni nelle centrali nucleari giapponesi ho subito pensato a questo film. I mezzi di comunicazione odierni ci permettono di assistere in presa diretta alla tragedia del Giappone. Che accade sotto i nostri occhi. Che tocca anche noi. La paura atomica ha reso il mondo ancora più piccolo. Il vecchio lessico della politica – “noi-loro”, “lontano-vicino” – non ha più alcun senso. Le nubi radioattive di Černobyl’ – non possiamo non averci pensato – erano sopra l’Africa e la Cina a quattro giorni dal disastro. In Europa si fa già razzia di dosimetri e di pillole di calcio iodato, che blocca il diffondersi delle radiazioni nell’organismo. Siamo tutti incollati ai televisori. E i telegiornali sembrano bollettini di guerra. La domanda è inevitabile: è una tragedia giapponese o dell’intera umanità? Il disastro atomico ha o non ha incrinato la nostra idea di civiltà? E i nostri valori? La paura è un’ottima insegnante. La prima lezione è stata Černobyl’. E di Černobyl’ parlava già la Bibbia…

Colpa del totalitarismo, ci hanno spiegato. Di reattori nucleari sovietici tutt’altro che perfetti, dell’obsolescenza tecnologica d’oltrecortina, dei russi ladri e negligenti. Lo shock passò presto. E il mito atomico resse. Perché le radiazioni diminuiscano ci vuole tempo, ma un tumore a cinque anni di distanza è affar tuo e basta. C’è una statistica di cui nessuno parla. L’ha stilata un gruppo di ecologisti indipendenti russi. Černobyl’, dicono, è costata la vita a un milione e mezzo di persone. La lezione numero due è di questi giorni…

Non uno, ma undici reattori giapponesi sono in panne. Così come a suo tempo con Černobyl’, il mondo intero oggi sa dov’è Fukushima. Che ha affiancato Hiroshima e Nagasaki. L’atomica in tempo di guerra ha dato il braccio all’atomica in tempo di pace: entrambe uccidono. Il terzo paese economicamente più avanzato del mondo non può nulla contro l’energia atomica pacifica. Contro la natura che alza la testa. In poche ore – ore? minuti! – lo tsunami ha risucchiato intere città nell’oceano. E al progresso sono seguite le macerie del progresso. Il cimitero dei miraggi del progresso. Di fronte a un terremoto di magnitudo 9 la cosiddetta “corazza perfetta” dei reattori nucleari giapponesi si è rivelata un ridicolo abituccio. Una tutina da neonati. Dunque il regime sociale – comunismo o democrazia – non conta, conta il rapporto fra l’uomo e le tecnologie di cui dispone. Quanto più perfetta è la tecnologia, tanto maggiori, mostruosi saranno i disastri: può sembrare strano, ma è così. Gli abitanti di Haiti, del Cile e della Nuova Zelanda sono stati fortunati: loro non hanno l’“atomo buono”.

Qualche anno fa sono stata nella centrale nucleare di Tomari, sull’isola di Hokkaido. Il primo incontro fu di mattina, dalla finestra dell’albergo: uno strano oggetto volante dalle linee perfette pareva essere atterrato sulla riva dell’oceano. E poi era bianca, come le ali dei gabbiani. Gli addetti alla centrale si sentivano demiurghi. Padroni del mondo. Mi chiesero di Černobyl’. Ascoltarono la risposta e mi sorrisero, partecipi. Da noi non potrà mai accadere, dissero. Neanche se un aeroplano ci si schiantasse contro, neanche con un terremoto di magnitudo 8. Questa volta, però, e per la prima volta nella storia del Giappone, il terremoto è stato di magnitudo 9.

L’uomo di oggi non vuole ammettere di non essere onnipotente. «Le nostre centrali sono affidabilissime»: me l’hanno detto in Francia e me l’hanno ripetuto in America. E anche in Svizzera. E l’accademico russo Aleksandrov, il padre dell’atomica sovietica, ha scritto che i reattori sovietici sono sicuri quanto un samovar. Che li si può costruire anche sulla piazza Rossa. Accanto al Cremlino. Ripenso ai miei primi viaggi a Černobyl’ e dintorni: decine di elicotteri in cielo e mezzi militari – carri armati compresi – lungo le strade. Soldati col mitra imbracciato. Perché? A chi dovevano sparare? Alla scienza? Alla fisica? E accanto al reattore in ebollizione gli scienziati che armeggiavano in abiti civili. Senza maschere.

A Černobyl’ non si pensava ancora come Černobyl’’ avrebbe voluto. A Černobyl’ ci si comportava come in guerra. E la trasformazione dell’uomo da precernobyliano a cernobyliano avvenne sotto i miei occhi. Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore – eppure potevano uccidere.

Il mondo era il solito e non era più lo stesso. Lo strato superiore di chilometri di terra infetta venne divelto e sotterrato in sarcofagi di cemento. La terra venne sepolta nella terra. Vennero sepolte le case, le macchine… Si lavarono le strade, la legna… Intanto, alle riunioni del mattino fra chi doveva rimediare alla catastrofe si facevano – prosaicamente – i conti: «Questo ci costerà dieci vite umane…», «Quest’altro venti…». Ma i volontari non mancarono. Dopo quanto accaduto, qualcuno osa ancora sostenere che l’energia atomica è la meno costosa? In questo preciso istante il mondo ha 440 reattori atomici in funzione in una trentina di paesi. 103 in America, 59 in Francia, 55 in Giappone, 31 in Russia. Un numero sufficiente a sentenziarne la fine. Il venti percento del totale delle centrali sorge in zone a forte rischio sismico. In Bielorussia, paese che più di ogni altro ha patito le conseguenze del disastro di Černobyl’, si sta costruendo una nuova centrale in una zona che, cent’anni fa, fu devastata da un terremoto di magnitudo 7. Un terremoto di cui parlano le enormi crepe che ancora si aprono nel terreno. La nuova centrale atomica logora i nervi di un paese che non è stato interpellato in merito. La costruiranno i russi. Sottoscrivendo l’accordo, Putin ha dichiarato che sarà più sicura delle centrali giapponesi. La Russia galleggia nei petrodollari e sta progettando decine di “piccole Černobyl’” galleggianti, decine di piattaforme atomiche da liberare nell’Oceano-Mondo, da vendere all’Indonesia, al Vietnam.

E allora come si fa a non citare Chlebnikov, poeta russo col sogno di un governo universale? C’è qualcosa di mistico nel fatto che, il giorno del disastro giapponese, in America sia stata messa in vendita la nuova versione dell’iPad che ha mandato in visibilio i fan della Apple. Oggi all’alta tecnologia si chiedono solamente comodità e agio. E il mercato concentra gli investimenti soltanto su ciò che è sinonimo di ritorno sicuro. Il nostro “fabbisogno” cresce all’infinito: è questo che chiamiamo progresso. E progresso è anche il perfezionamento delle armi di distruzione di massa. Chiedete alla gente di Černobyl’ che muore per le conseguenze delle radiazioni, chiedete ai giapponesi che si sono salvati per miracolo da quest’ultimo disastro e ai parenti di chi, invece, non ce l’ha fatta che “fabbisogno” hanno, o che cos’è per loro il progresso. Se preferiscono un nuovo modello di cellulare o di auto, oppure la vita.

Dopo Hiroshima e Nagasaki, dopo Černobyl’, pareva ovvio che la società civile scegliesse un’altra via di sviluppo. Lontana dall’atomica. L’era atomica doveva essere chiusa. Andavano cercate altre vie. E invece continuiamo a vivere con la paura di Černobyl’: terre e case deserte, campi che tornano a essere foreste, animali che vivono là dove viveva l’uomo.
Centinaia di chilometri di cavi elettrici morti e di strade che non portano da nessuna parte. Pensavo di avere scritto del passato. Invece era il futuro.
Marzo 2011

Dal suo libro più recente Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo una raccolta di momenti importanti della storia recente della Russia, scritti attraverso la testimonianza di persone che li hanno vissuti o che hanno cose da raccontare. In questo capitolo si parla dell’attentato nella metropolitana di Mosca del 6 febbraio 2004, in cui morirono dieci persone.

Tempo di seconda manoA proposito di come si possa desiderare di voler uccidere tutti 
e poi si abbia paura di averlo desiderato.

Ksenija Zolotova, studentessa, 22 anni

Al nostro primo incontro è venuta solo la madre. “Ksjuša non è voluta venire. Ha cercato di dissuadere anche me. ‘Mamma, a chi può servire? Loro hanno bisogno solo delle nostre emozioni, delle nostre parole, ma non possiamo essergli utili perché non hanno mai vissuto ciò che abbiamo vissuto noi.’” Era molto inquieta: a momenti si alzava con l’intenzione di andarsene: “Cerco di non pensarci. Mi fa male ripetere quello che è accaduto”, oppure si metteva a raccontare e non la si poteva più fermare, ma per lo più taceva. Come potevo consolarla? Da un lato la pregavo: “Non si agiti, stia calma.” Ma dall’altro volevo che ricordasse quel giorno spaventoso: il 6 febbraio 2004, l’attentato terroristico sulla linea del metrò Zamoskvoreckaja di Mosca, tra le stazioni Avtozavodskaja e Paveleckaja. In seguito all’esplosione erano morte 39 persone e 122 erano finite all’ospedale.

Non faccio che girare intorno al dolore. Non riesco ad allontanarmene. Nel dolore c’è tutto: tenebra, solennità, qualche volta credo che il dolore crei come un ponte tra le persone, un legame segreto; qualche altra sono in preda alla disperazione, penso invece che si crei un abisso.

Di quell’incontro di due ore nel bloc-notes non restano che poche frasi:

“… Essere delle vittime è talmente umiliante… Si prova solo un senso di vergogna. Non voglio parlare con nessuno di ciò che mi è successo, voglio essere come tutti gli altri e invece sono sola, sola. Riesco a piangere dovunque. A volte cammino per la città e piango. Uno sconosciuto una volta mi ha detto: ‘Ma perché piangi? Sei così bella e piangi.’ In primo luogo la bellezza non mi ha mai aiutato nella vita, e poi vivo questa bellezza come un tradimento, come qualcosa che non corrisponde a ciò che sento dentro di me…

… Abbiamo due figlie, Ksjuša e Daša. Vivevamo modestamente, ma visitavamo spesso i musei, andavamo a teatro e leggevamo molto. Quando le bambine erano piccole, il loro papà inventava per loro delle fiabe. Volevamo salvarle dalla brutalità della vita. Pensavo che l’arte potesse salvarle, ma non è stato così…

… Nella nostra casa vive una vecchietta. Va in chiesa e una volta mi ha fermato, pensavo volesse esprimermi la sua solidarietà, ma invece mi ha detto con cattiveria: ‘Ci pensi, come mai è successo proprio a lei e alle sue figlie?’ Ma perché, che cosa ho fatto per meritarmi quelle parole? Ho pensato che poi si sarebbe pentita… Non ho mai ingannato, né tradito nessuno. Ho fatto solo due aborti, lo so, ho commesso due peccati… Per strada faccio spesso la carità, anche se non è molto, do quello che posso. D’inverno do da mangiare agli uccelli…”

La volta successiva sono venute in due, madre e figlia.

LA MADRE

“Magari per qualcuno sono degli eroi… Hanno un’idea, si sentono felici, morendo pensano di finire in paradiso. e non temono la morte. non so nulla di loro. Hanno ricostruito al computer la foto di uno dei probabili terroristi. esiste solo una foto. Ma per loro noi siamo solo degli obiettivi, nessuno gli ha spiegato che la mia bambina non è un obiettivo, che ha una mamma che non può vivere senza di lei e un ragazzo che ne è innamorato. si può forse uccidere una persona che tutti amano? per me è un crimine doppio. andate in guerra, sulle montagne ad ammazzarvi l’un l’altro, ma perché dovete colpire proprio me? e mia figlia? Volevano ammazzarci in tempo di pace… (Tace.) ora ho paura di me stessa e dei miei pensieri. a volte vorrei ucciderli tutti, ma poi mi spavento per averlo desiderato.

Un tempo mi piaceva la metropolitana di Mosca. È la più bella metropolitana del mondo! Un vero museo! (Tace.) dopo l’esplosione… notavo che le persone entravano nel metrò tenendosi per mano. La paura per tanto tempo non si è attenuata… avevo paura a uscire di casa e a girare per la città, la pressione mi saliva di colpo. Quando viaggiavamo in metrò guardavamo con diffidenza gli altri passeggeri. al lavoro non si parlava d’altro. oh, signore, che cosa ci succede? sto sulla banchina e accanto a me c’è una giovane donna con una carrozzina, ha i capelli e gli occhi neri, non è russa. non so di che nazionalità sia, se cecena, osseta… non mi trattengo e lancio un’occhiata nella carrozzina: ci sarà davvero un bambino lì dentro? o qualcos’altro? Mi mette di cattivo umore il fatto di dover viaggiare con lei nello stesso vagone. Mi sono detta: no, non deve far altro che salire, io aspetterò il metrò successivo. si avvicina un uomo e mi chiede: ‘perché ha guardato dentro la carrozzina?’ Gli ho detto la verità. ‘allora anche lei?’

… Vedo una povera bimbetta tutta raggomitolata. È la mia Ksjuša. che cosa ci fa qui da sola, senza di noi? no, non è possibile, non può essere vero. c’è del sangue sul cuscino… Ksjuša! Ksjušen’ka!!! non mi sente. Le ho coperto la testa con una cuffia per non spaventarmi, per non vedere. La mia bambina! sognava di diventare una pediatra e adesso non sente più niente. era la più bella bambina della classe… e adesso… il suo visino… perché? Mi sento impigliata in qualcosa di appiccicoso e pesante, la mia coscienza si disintegra in mille pezzi. Le gambe si rifiutano di muoversi, sono come d’ovatta, mi trascinano fuori dalla stanza. Il medico mi redarguisce: ‘cerchi di farsi forza, altrimenti non le consentiremo più di vederla.’ cerco di farmi forza e ritorno nella stanza… non guarda verso di me, ma fissa un punto indefinito, come se non mi riconoscesse. con un’espressione da animale ferito, uno sguardo così non si può sostenere. non si riesce più quasi a vivere dopo questo. ora lo sguardo l’ha nascosto all’interno, ha indossato una corazza, ma tutto questo lo conserva da qualche parte dentro di sé. Le ha lasciato un segno. È sempre là dove noi non c’eravamo…

LA FIGLIA

“… Molte cose non me le ricordo… non le ho memorizzate! e non voglio! (La madre l’abbraccia, cercando di calmarla.)

… sotto terra è tutto più terribile. ora porto sempre con me una torcia nella borsetta…

… non si udivano né pianti, né grida. solo silenzio. Giacevamo tutti ammucchiati insieme… no, non avevamo paura… poi abbiamo cominciato a muoverci. a un certo punto ho capito di dover uscire da lì, l’aria era piena di sostanze chimiche che bruciavano. Mi sono messa a cercare lo zaino, dove c’erano i miei appunti, il portafogli… ero sotto choc… sotto choc… non sentivo dolore…

Una voce di donna chiamava: Serëža! Serëža! Ma Serëža non rispondeva… alcune persone erano rimaste sedute nella carrozza in una posa innaturale. Un uomo stava appeso, come un verme. Mi faceva paura guardare in quella direzione…

… camminavo… e mi sentivo barcollare… da ogni par- te si sentivano invocazioni d’aiuto. Qualcuno davanti a me si muoveva come un sonnambulo, prima avanzava lentamente e poi indietreggiava. tutti ci sorpassavano.


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Autore

Ketty

Appassionata di tutto e di niente, cerca quotidianamente di combattere la sindrome da "Nessuna ne fa e cento ne pensa". Non essendo ancora riuscita a scoprire cosa farà da grande, non le resta che provare ... un giorno scoprirà il suo talento!

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